"SINE DOMINICO NON POSSUMUS"

(Senza la domenica non possiamo vivere)

 

Carissimi Amici,

la riflessione di questo mese è dedicata all’importanza della domenica (giorno del Signore) nella nostra vita di credenti. Spesse volte, mi accorgo di quanta superficialità è diffusa nei nostri cuori rispetto a questo giorno così importante. Seppur cristiani, abbiamo bisogno di recuperare il senso della domenica per far sì che questo non diventi un giorno di puro svago, o come si suol dire di: “tempo libero”, ma ne assuma la pregnanza di significato ad esso correlato.

Nel 1998 il Santo Padre di venerata memoria Giovanni Paolo II inviò a tutta la chiesa una lettera apostolica sul senso della domenica: “Dies Domini”, aiutandoci a recuperare quanto richiama il giorno della resurrezione del Signore. Così dice: “La domenica, è la Pasqua della settimana, in cui si celebra la vittoria di Cristo sul peccato e sulla morte, il compimento in Lui della prima creazione, e l'inizio della “nuova creazione” (cfr 2 Cor 5, 17). È il giorno dell'evocazione adorante e grata del primo giorno del mondo, ed insieme la prefigurazione, nella speranza operosa, dell' “ultimo giorno”, quando Cristo verrà nella gloria (cfr At 1, 11; 1 Ts 4, 13-17) e saranno fatte “nuove tutte le cose" (cfr Ap 21, 5).

Attraverso questa lettera, il Papa “sollecita i credenti a riflettere, alla luce di Cristo, sul cammino della storia, li invita a riscoprire con nuovo vigore il senso della domenica: il suo «mistero», il valore della sua celebrazione, il suo significato per l'esistenza umana e cristiana” - così spiega Mons Marini, commentando il testo sulla Dies Domini.

Io credo che ognuno di noi debba riflettere seriamente su come vive la propria domenica e soprattutto, accogliendo quanto ci dice il Santo Padre, deve ritornare a coglierne il senso vero, quello che a causa del materialismo assoluto e diffuso, abbiamo o stiamo rischiando di perdere. Questa mia considerazione, ovviamente, parte da una esperienza personale che come presbitero non posso fare a meno di considerare, ovvero la scarsa preparazione alla celebrazione eucaristica che diventa il centro del giorno del Signore. Mi accorgo di quanta strada c’è ancora da fare per far recuperare, in primis tra coloro che si reputano credenti, dunque ad intra e poi a quanti sono lontani, ad extra, l’importanza del recupero di significato da dare alla domenica. Credo che tutti noi che leggiamo partecipiamo alla eucaristia domenicale nella nostra parrocchia e forse qualcuno tra di noi ne prepara anche la liturgia, ebbene, se ci girassimo bene intorno, ci accorgeremmo di quanta superficialità e di quanta indifferenza sono intrise le nostre assemblee. La colpa di tutto ciò non è solo da relegare ai sacerdoti, come spesso sento dire, ma anche a noi che con la nostra vita di fede siamo chiamati a rendere testimonianza. 

Nella lettera Dies Domini, il tema della domenica viene spiegato attraverso tutti gli aspetti, quello storico, biblico, patristico, giuridico, ma il Papa ci tiene a sottolineare che l’elemento che la caratterizza è il riferimento costante alla celebrazione concreta e alla prassi liturgico-pastorale del dopo Concilio Ecumenico Vaticano II. Il Concilio termina i suoi lavori con i padri conciliari che lasciano alla Chiesa un documento che aiuta a concretizzare quanto abbiamo cercato di dire dall’inizio. Il nome di questo documento è: “Sacrosanctum Concilium” consegnato a Roma il 4 dicembre 1963. Le indicazioni che vengono ribadite sono le stesse che l’attuale pontefice Benedetto XVI e i suoi predecessori, unitamente ai Vescovi della CEI, si stanno sforzando di ribadire soprattutto come traccia di lavoro di questi ultimi decenni.

Il primato della settimana va senz’altro alla domenica come Pasqua della settimana, in cui si rievoca e si riattualizza, seppur in maniera sacramentale, il memoriale della Passione e della Risurrezione del Signore. Viene detto che per i Cristiani la festa essenziale è la domenica, giorno della salvezza rivissuto soprattutto nella Eucaristia. A distanza di oltre quarant’anni dal Concilio, è necessario verificare nella concretezza, ovvero nella prassi e non solo teoricamente, gli aspetti della celebrazione eucaristica domenicale, ovvero:

Credo che abbiamo da lavorare sia come presbiteri che come laici; soprattutto l’invito che rivolgo a ciascuno di voi è quello di sentire la domenica come giorno speciale, oserei dire indispensabile per la nostra vita di cristiani, esso deve costituire il punto di arrivo, ma anche di partenza per la nostra fede: riuniti attorno alla mensa eucaristica dobbiamo con fervore ascoltare Dio che ci parla nella sua Parola e nutrirci di Lui, Pane vivo disceso dal cielo; via la superficialità, l’assopimento spirituale, il rimandare sempre indietro gli appuntamenti che riguardano il nostro incontro con Lui, come appunto ci viene suggerito in questa esortazione: «Lasciate tutto nel giorno del Signore - dichiara per esempio il trattato del III secolo intitolato “Didascalia degli Apostoli” - e correte con diligenza alla vostra assemblea, perché è la vostra lode verso Dio. Altrimenti, quale scusa avranno presso Dio quelli che non si riuniscono nel giorno del Signore per ascoltare la parola di vita e nutrirsi dell’alimento divino che rimane eterno?».

A tal proposito mi venivano in mente le parole dei martiri di Abitene, che la storia ricorda così: Abitene era una città della provincia romana detta Africa proconsularis, nell’odierna Tunisia, situata, secondo un’indicazione di Agostino, a sud ovest dell’antica Mambressa, oggi Medjez el-Bab, sul fiume Medjerda. Nel 303 d.C. l’imperatore Diocleziano, dopo anni di relativa calma, scatena una violenta persecuzione contro i Cristiani ordinando che «si dovevano ricercare i sacri testi e santi Testamenti del Signore e le divine Scritture, perché fossero bruciati; si dovevano abbattere le basiliche del Signore; si doveva proibire di celebrare i sacri riti e le santissime riunioni del Signore» (Atti dei Martiri, I).

Ad Abitene un gruppo di 49 cristiani, contravvenendo agli ordini dell’Imperatore, si riunisce settimanalmente in casa di uno di loro per celebrare l’Eucaristia domenicale. È una piccola, ma variegata comunità cristiana: vi è un senatore, Dativo, un presbitero, Saturnino, una vergine, Vittoria, un lettore, Emerito…Sorpresi durante una loro riunione in casa di Ottavio Felice, vengono arrestati e condotti a Cartagine davanti al proconsole Anulino per essere interrogati. Al proconsole, che chiede loro se possiedono in casa le Scritture, i Martiri confessano con coraggio che «le custodiscono nel cuore», rivelando così di non voler distaccare in alcun modo la fede dalla vita. Il loro stesso martirio si trasforma in una liturgia “eucaristica”; tra i tormenti, infatti, si possono ascoltare dalle labbra dei Martiri espressioni come queste: «Ti prego, Cristo, esaudiscimi… Ti rendo grazie, o Dio… Ti prego, Cristo, abbi misericordia». La loro preghiera è accompagnata dall’offerta della propria vita e unita alla richiesta di perdono per i loro carnefici. Tra le diverse testimonianze, significativa è quella resa da Emerito. Questi afferma senza alcun timore di aver ospitato in casa suoi i cristiani per la celebrazione. Il proconsole gli chiede: «Perché hai accolto nella tua casa i cristiani, contravvenendo così alle disposizioni imperiali?». Ed ecco la risposta di Emerito: «Sine dominico non possumus»; non possiamo, cioè, né essere né tanto meno vivere da cristiani senza riunirci la domenica per celebrare l’Eucaristia”.

E noi che ci prendiamo ancora il lusso di prendere alla leggera il giorno del Signore….