«A mani aperte...
ovvero restare ancorati al Cuore di Dio!»

Ritiro Monastero S. Agata
25-27 settembre 2009

Ancora una volta, per il terzo anno consecutivo, la famiglia Tabor ha inaugurato il nuovo anno sociale 2009-2010 ritirandosi per tre giorni sul Monte Tabor, in compagnia di Gesù.
Un appuntamento fisso quello del ritiro di S. Agata, che ci offre la possibilità, ogni volta in una maniera sempre nuova, di staccare per un attimo la spina dalla nostra vita quotidiana, di rinfrancare il nostro spirito ed il nostro corpo e di sperimentare la stravolgente bellezza del silenzio, che parla, anzi “urla”, nell’intimo del nostro cuore.
Fare un ritiro significa infatti mettersi in ascolto della Voce di Dio e di ciò che Lui cerca di dirci probabilmente da sempre, ma che noi, presi dal “rumore” della nostra umanità, dalle nostre preoccupazioni e dal nostro Io, non riusciamo sempre ad ascoltare. Fare un ritiro significa abbandonarsi totalmente a Dio, essere per certi aspetti un po’ “egoisti”, pensare soltanto a se stessi, lasciarsi coccolare e cullare dal suo Amore, per tornare alla vita di tutti giorni un po’ diversi.
Al
Signore basta solo un nostro sì, basta
soltanto la nostra adesione, per poterci dire: “Ti stavo aspettando!”… E
allora il ritiro di S. Agata è stato proprio questo: fare un passo nel Cuore
di Dio, mettere il proprio cuore nel Suo Cuore ed immergersi nel mare
infinito del suo Amore… “A mani aperte”
(è stato questo il tema che ci ha guidati), perché è soltanto con le mani
e la braccia aperte, e non con i pugni chiusi, che possiamo accogliere,
abbandonarci e pregare… è solo con le mani aperte che possiamo aggrapparci a Dio
e restare “ancorati” al Suo Amore, è solo con le braccia aperte che possiamo
imitare l’espressione più alta dell’Amore che si fa sacrificio, ovvero il
crocifisso.
A mani aperte… è anche l’atteggiamento delle monache di clausura del Deserto di S. Agata, che con il loro sorriso, la loro spiazzante serenità, il loro fascino, ma soprattutto con la radicalità del loro amore verso Dio, ci sorprendono e ci commuovono ogni volta sempre di più!
L’inno del nostro ritiro è stato “Ancora qui” di Renato Zero, che ci ha invitati a riflettere non solo sul nostro ritorno alla vita di Comunità, ma anche su un ritorno metaforico e ben più importante, ovvero quello “dentro di noi”, nel nostro Io, per “fare pace” con noi stessi, perché solo trovando la pace dentro di noi, possiamo ascoltare la voce di Dio e metterci in preghiera; solo entrando nel nostro cuore, possiamo entrare in quello di Dio. Anche se per tutti gli altri questa può sembrare una “follia”: del resto il cristiano è sempre stato considerato un folle, così come folle è la logica di un Dio che decide di farsi uomo come gli altri uomini, per condividerne la storia, i dolori, le gioie, finanche la morte… è l’illogica follia della croce!

Le catechesi di don Fabio ci hanno guidati alla scoperta-riscoperta della preghiera.
Che cos’è la preghiera? – ci siamo chiesti – attraverso la meditazione di due passi del Vangelo di Matteo (Mt 6, 5-8; 7, 21-27). Pregare vuol dire coinvolgere Dio nella propria esistenza, ma anche lasciarsi coinvolgere nell’esistenza di Dio. La preghiera è una realtà affascinante e misteriosa, è un “continuo divenire”, come una cascata che continua a scendere, ma che non porta mai la stessa acqua… E’ Dio che viene in te, tu che vai in Dio!

L’immagine biblica che più ci aiuta a capire la preghiera è quella del deserto, perché per pregare bisogna partire non dall’alto, bensì dalla nostra umanità: ed è soltanto passando per il deserto delle nostre tentazioni, dei nostri limiti, delle nostre cadute, del demonio che cerca di allontanarci da Dio, che possiamo sperimentare la grazia della benedizione; è solo passando per il dolore che possiamo sperimentare l’infinita Misericordia di Dio!

Il momento più intenso del nostro ritiro è stato, come ogni anno, quello dell’Adorazione notturna, durate la quale ognuno di noi ha avuto la possibilità di fare compagnia a Gesù Eucaristia per tutta la notte. Una notte d’amore e di passione, di paura e trepidazione, di ritorni e riscoperte, durante la quale ognuno ha vissuto un’esperienza talmente intima e indescrivibile, che difficilmente dimenticherà. Perché Lui era lì da sempre ad attendere di sussurrare al nostro cuore il suo: «Ti stavo aspettando!».
Scendere
a valle non è mai un’impresa facile, del resto gli stessi discepoli che avevano
fatto esperienza del Tabor sarebbero voluti rimenare lì e costruire tre tende...
ma noi viandanti della Carità sappiamo che la Trasfigurazione del Signore
è soltanto un passaggio, importante, da cui partire per incamminarsi per le
strade del mondo, dove si vive la vera vita.
E allora come siamo ritornati a valle dopo questi tre giorni? Forse un po’ diversi o addirittura uguali a prima, ma di certo con la consapevolezza che Gesù Cristo è l’unica certezza della nostra vita, “l’unica roccia su cui costruire la nostra casa” (Mt 7, 24), l’unico motivo per cui siamo consapevoli che “in ogni latitudine c’è qualcosa per cui tornerei da Te… ancora da Te!”.
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