Sant’Ippolito di Roma

 

 

 

Ippolito di Roma (in Asia, 170 circa - in Sardegna, 235) fu un teologo e scrittore cristiano: è stato il primo antipapa della storia della Chiesa ma prima della morte si riconciliò con il papa legittimo, Ponziano, insieme al quale subì il martirio ed è venerato come santo dalla Chiesa cattolica e da quella ortodossa.

Fino alla pubblicazione, avvenuta nel 1851 dei Philosophumena, di Ippolito si avevano poche e frammentarie notizie, come si può evincere dalle fonti sotto riportate:

Eusebio di Cesarea riporta che era il vescovo di una non meglio specificata diocesi e ne enumera una serie di scritti (Historia ecclesiae, VI, xx, 22).

Sofronio Eusebio Girolamo fornisce le stesse informazioni di Eusebio (forse perché la sua fonte principale fu Eusebio stesso), aggiunge altre opere al suo elenco e racconta di una delle sue omelie recitate alla presenza di Origene, (De viris illustribus, cap. I xi).

La Cronografia del 354 menziona, nella lista dei papi, il vescovo Ponziano e il presbitero Ippolito, esiliati in Sardegna nel 235; inoltre, il calendario romano assegna al 13 agosto la festa di Ippolito sulla via Tiburtina e di quella di Ponziano nelle catacombe di Callisto (ed. Mommsen in Mon. Germ. Hist.: auctores antiquissimi, IX, 72, 74).

L'iscrizione fatta apporre da papa Damaso I sulla sua tomba narra che Ippolito seguì lo scisma Novaziano (anche se prima della morte esortò i suoi seguaci a riconciliarsi con la Chiesa cattolica (Ihm, Damasi epigrammata, Leipzig, 1895, 42, n.37).

L'inno di Prudenzio sul martirio di Ippolito (Peristephanon, hymn XI, in P.L., LX, 530 sqq.) ricorda il suo martirio (non si capisce bene se a Ostia o Porto): Ippolito fu dilaniato da due cavalli selvaggi (un'evidente reminiscenza del mitico Ippolito figlio di Teseo).

Alcuni autori greci più tardi (ad esempio Georgius Syncellus., ed. Bonn, 1829, 674 sqq.; Niceforo Callisto, Hist. eccl., IV, xxxi) non aggiungono altre informazioni rispetto a quelle riportate da Eusebio e Girolamo; alcuni si riferiscono ad Ippolito come al vescovo di Roma, altri come al vescovo di Porto. Secondo Fozio (Bibliotheca, codex 121), Ippolito fu un discepolo di Sant'Ireneo di Lione. Secondo altri scrittori orientali, così come per papa Gelasio, la sede di Ippolito era la capitale araba Bostra.

Numerose leggende di martiri raccontano di Ippolito in diverse vicende. Secondo quella di San Lorenzo, Ippolito era un ufficiale incaricato di sorvegliare il diacono ferito, ma venne da questi convertito assieme a tutto il corpo di guardia e martirizzato con dei cavalli selvaggi (Acta SS., agosto, III, 13-14; Surius, De probatis Sanctorum historiis, IV, Colonia, 1573, 581 sqq.). Secondo una leggenda di Porto, che identifica Ippolito nel martire Nonnus, egli fu martirizzato assieme ad altri della città stessa (Acta SS., August, IV, 506; P.G., X, 545-48).

Altra opera di grande importanza per la sua conoscenza è la statua marmorea del santo conservata presso il museo Laterano. La statua, scoperta nel 1551 e risalente al III secolo, rappresenta Ippolito assiso ed enumera le sue opere sulla sedia sulla quale è seduto (Kraus, Realencyklopädie der christlichen Altertumer, 661 sqq.).

La topografia delle tombe dei martiri romani ne indica la tomba sulla via Tiburtina e menziona una basilica ivi eretta; racconta, inoltre, alcuni dettagli leggendari che lo riguardano (De Rossi, Roma sotterranea, I, 178-79). La tomba del santo fu scoperta dal De Rossi (Bollettino di archeologia cristiana, 1882, 9-76).

Grazie alla scoperta del Philosophumena è stato possible sia chiarire i dettagli più importanti della vita del santo, sia mettere ordine tra i dati contrastanti riportati dagli antichi autori. La trattazione della sua agiografia proseguirà partendo dal presupposto che Ippolito sia realmente l'autore di tale opera.

Ippolito fu il più importante teologo ed il più prolifico scrittore cristiano dell'era precostantiniana. Nonostante ciò il destino della sua copiosa produzione è stato sfortunato. La maggior parte dei suoi scritti sono andati perduti o ci sono giunti solo attraverso dei frammenti, mentre altri sono arrivati fino a noi solo nelle traduzioni in lingue orientali e slave. Ciò fu dovuto al fatto che il santo scriveva in greco e quando il greco non venne più compreso a Roma, i romani persero interesse in questo autore, mentre ad oriente la gente ancora lo comprendeva e divenne un autore molto famoso.

 

I suoi trattati esegetici furono numerosi: scrisse commentari su molti libri dell'antico e del nuovo testamento, molti dei quali esistono solo in frammento. Tuttavia, il trattato sul Cantico dei Cantici ci è probabilmente giunto nella sua interezza ("Werke des Hippolytus", edizione Bonwetsch, 1897, pagina 343 e seguenti), parimenti a quello sul Libro di Daniele in quattro volumi (ibidem, pagina 2 e seguenti). Di altre otto delle sue opere, che trattano soggetti dogmatici ed apologetici, si conosce solo il titolo, mentre un'altra ci è giunta per intero in lingua greca: si tratta del “De Anticristo”.

 

Delle sue polemiche contro gli eretici, l'opera più importante è il "Philosophumena", il cui titolo originale è Κατὰ πασῶν αἱρέσεως ἔλεγχος (in latino, Refutatio omnium haeresium). Dell'opera, pubblicata nel 1851, sono noti il primo libro e dal quarto al decimo, mentre mancano i primi capitoli del quarto e completamente il secondo ed il terzo. I primi quattro libri trattano dei filosofi ellenici, mentre i libri dal quinto al nono espongono e confutano le eresie cristiane. L'ultimo libro ricapitola quanto esposto nei precedenti. L'opera è una delle più importanti fonti per la storia delle eresie che si diffusero nei primi secoli del Cristianesimo. Ippolito avversava il pensiero filosofico greco, accusava gli eretici ed i pagani di essere legati alla speculazione filosofica della classicità e perciò di essere legati ad una speculazione che ignora il messaggio di Cristo (anche se in alcuni casi, ingannevoli, pare anticiparlo).

 

Un trattato più breve contro le eresie (“Syntagma”), scritto da Ippolito in una data anteriore, può essere ricavato da adattamenti successivi (Libellus adversus omnes haereses; Epiphanius, "Panarion"; Philastrius, "De haeresibus"). Scrisse anche un terzo trattato antieretico intitolato il "Piccolo Labirinto". Accanto a queste opere, il santo scrisse anche delle monografie contro Marcione, i Montanisti, gli Alogi e Caio. Di questi scritti esistono solo pochi frammenti. San Girolamo, inoltre, cita un suo lavoro sulle leggi della Chiesa.

 

A lui sono attribuiti anche tre trattati sul diritto canonico: le "Constitutiones per Hippolytum", la Costituzione della Chiesa egiziana, in copto, ed i "Canones Hippolyti". Di queste opere le prime due sono senza dubbio apocrife e la terza probabilmente risale al V o al VI secolo.

Il 13 agosto a Roma il beato Ippolito Martire, il quale per la gloria della confessione, sotto l'Imperatore Valeriano, dopo altri tormenti, legato per i piedi al collo di indomiti cavalli, fu crudelmente trascinato per luoghi aspri e spinosi, e con il corpo tutto lacerato rese lo spirito. Patirono ancora nello stesso giorno la beata Concordia sua nutrice, la quale tormentata in sua presenza con flagelli piombati, passò al Signore; ed altri diciannove della sua famiglia, i quali fuori della porta Tiburtina furono decapitati, e, insieme con lui, sepolti al campo Verano.