Melitone di Sardi
Forse vescovo della città di Sardi, in Lidia (Asia Minore), Melitone compì viaggi in Oriente per informarsi sul canone dei libri dell’Antico Testamento e fu martirizzato intorno al 190.
Eusebio di Cesarea, nella sua Historia Ecclesiastica, racconta che Policrate, vescovo di Efeso, fu il primo a fare il nome di Melitone in una lettera, verso il 190, al papa Vittore per difendere l’uso asiatico di celebrare la Pasqua il 14 del mese di Nisan (corrispondente a marzo-aprile) elencando «fra i grandi luminari che riposano [già morti] in Asia» diversi vescovi e, ultimo nome citato, Melitone «l’eunuco [cioè continente volontario] che viveva completamente nello Spirito Santo e riposa a Sardi nell’attesa della visita che viene dai Cieli e nella quale risusciterà i morti». Eusebio è anche il primo autore a far intendere che Melitone fosse vescovo di Sardi, già noto al tempo dell’imperatore Antonino Pio (138-161), perché gli scrittori più antichi di Eusebio (sant’Apollinare di Ierapoli, Clemente Alessandrino, Origene, Ippolito, sant’Ireneo, Metodio, Alessandro di Alessandria, Tertulliano) non ne fanno cenno pur confermandolo scrittore e teologo al tempo della controversia pasquale.
Melitone indirizzò all’imperatore Marco Aurelio, tra il 169 e il 177, un’apologia - di cui unici frammenti conosciuti sono quelli trascritti da Eusebio - nella quale sosteneva una convergenza tra gli interessi della Chiesa e quelli dell’impero romano, perché Cristo era nato al tempo di Augusto, il fondatore dell’impero, e l’utile dell’uno coincideva con l’utile dell’altro. Sotto l’impero di Costantino (IV secolo), questa teoria divenne la base per l’elaborazione di una “teologia politica”, nella quale all’impero romano si attribuì il ruolo, dato dalla Provvidenza, di garante e paladino della diffusione del cristianesimo.
Un’altra sua opera è chiamata Omelia sulla Pasqua: “omelia” perché rivestiva il ruolo di un commento, su alcuni passi delle Scritture e sulla dottrina di Gesù Cristo, da leggersi durante le celebrazioni liturgiche in particolare del venerdì santo. Essa è una strenua difesa del modo di vita dei cristiani ed è la più antica omelia pasquale cristiana a noi nota. Si sviluppa come una lunga esegesi del capitolo XII del libro dell'Esodo, per dimostrare come la pasqua di Cristo, nella quale egli ha molto patito, è diventata la «pasqua della nostra salvezza». L’Omelia ci è rimasta sconosciuta fino al 1940, quando lo studioso americano Campbell Bonner la rinvenne su un papiro, ma ha avuto, secondo alcuni storici moderni, una grande influenza sulla letteratura innografica bizantina.
Altre opere di Melitone - non pervenuteci - sono state elencate da Eusebio di Cesarea e da San Girolamo, il quale così scrisse: «Melitone, nativo dell’Asia, vescovo di Sardi, indirizzò un libro in difesa della fede cristiana all’imperatore M. Antonino Vero (Marco Aurelio), discepolo dell’oratore Frontone. Scrisse pure altre opere, tra cui le seguenti: due libri sulla Pasqua, un libro sulla vita dei Profeti; inoltre quelli sulla Chiesa; sul giorno del Signore; sulla fede; sulla creazione; sui sensi; sull’anima e il corpo; sul battesimo; sulla verità; sulla nascita di Cristo; sulla profezia…».
Nel 1884, un monaco benedettino, il cardinale Jean Baptiste Pitra (1812-1899), che fu bibliotecario presso la Biblioteca apostolica vaticana, pubblicò la definitiva traduzione dal latino della Chiave, un’opera, rinvenuta tra dei manoscritti medioevali attribuiti a Melitone, che affronta l’interpretazione del cosmo, ma che verrà rifiutata dalla scienza ufficiale per gli scopi desacralizzanti.
Morto martire secondo la tradizione, Melitone non sembra aver avuto un particolare culto né in Oriente né in Occidente. La festa liturgica orientale cade il primo aprile, mentre quella cattolica il 31 agosto.