San Teofilo di Antiochia

 

 

Teofilo nacque, forse intorno all’anno 120, nella regione tra il Tigri e l’Eufrate da una famiglia pagana, ricevette un’educazione ellenistica e conobbe il greco e l’ebraico. Si convertì al cristianesimo in età adulta, spinto come Giustino, Taziano e Atenagora dalla lettura delle Sacre Scritture (in particolare i libri profetici, in cui vide «un argomento probante - scrisse Teofilo - nel fatto che gli avvenimenti si realizzavano, erano stati predetti e per questo io non sono più incredulo, al contrario, io credo per obbedire a Dio»), ma, a differenza di quelli, scelse la vita sacerdotale.

 

Nel 169 fu eletto vescovo di Antiochia (sesto dopo san Pietro e quarto dopo sant’Ignazio) e governò la chiesa fin dopo il 17/3/180, cioè dopo la morte di Marco Aurelio, e probabilmente fino al 185.

 

L’unica sua opera pervenutaci, posteriore al 180 per un accenno alla morte di Marco Aurelio, è Ad Autolico (o I tre libri ad Autolico), in cui Teofilo riferisce tre colloqui (uno per libro) con il pagano Autolico che lo aveva rimproverato di essersi convertito al cristianesimo.

Nei tre testi, Teofilo è critico nei confronti della cultura tradizionale, affermando l’assurdità delle dottrine pagane e filosofiche e l’immoralità di quella pagana, espone i principi della teologia cristiana, dimostrando l’esistenza di Dio e spiegando il pensiero dei Profeti (che erano sì «illetterati, pastori e gente del popolo» ma soprattutto «uomini di Dio, pieni di Spirito Santo, ispirati e ammaestrati da Dio»), asserisce che per comprendere tutta la verità che si trova nella Rivelazione cristiana occorre avere una fede incondizionata e indica che l’immortalità dell’anima sarà il premio agli uomini buoni. Pur nella confutazione polemica, Ad Autolico è sostanzialmente un’opera positiva ed esortatoria che ben accompagnava l’insegnamento.

 

Teofilo stesso accenna ad altre sue opere: una in cui tratta del serpente-demonio Satana, una di storia in due libri in cui parla delle genealogie del primo uomo, di Noè e dei suoi figli, una contro i miti degli dei pagani. Eusebio di Cesarea e san Girolamo gliene attribuiscono altre (Contro l’eresia di Ermogene, Contro Marcione, altri libri di indole catechistica, i commentari al Vangelo e ai Proverbi di Salomone), ma nessuno di questi lavori è rimasto.

 

Teofilo è considerato dai critici un espositore piano e chiaro della dottrina tradizionale della Chiesa, perché non dimostra di possedere la cultura dei suoi predecessori, né l’apertura necessaria per costruire un dialogo con i filosofi (che Teofilo considera «vani e atei») e i pagani. Scrive, infatti, Guido Bosio: «Giustino aveva trovato “frammenti” di verità nella filosofia dei Greci, e “uomini cristiani” prima di Cristo. Atenagora aveva riconosciuto nei pagani lo sforzo di giungere alla verità e nella loro tradizione filosofica scorgeva alcune dottrine rette, come la concezione monoteistica che potevano essere una preparazione al cristianesimo. Teofilo, con Taziano tra i Greci e almeno in parte Tertulliano tra i latini, mostra disistima e sdegno contro i filosofi e poeti pagani. Ma le sue affermazioni sono talmente oscillanti e contraddittorie da rendere oscuro il suo pensiero: esse sono dovute probabilmente a scarsa preparazione filosofica».

Lorenzo Dattrino, invece, rileva che: «Nel corso dell’opera emergono alcuni rilievi di singolare valore teologico: Teofilo è il primo ad adoperare il termine “Trinità” (Triás) per designare l’unione delle tre Persone divine. È il primo a indicare il Verbo nella sua preesistenza divina con un epiteto singolare (Logos endiáthetos = Verbo immanente) e con un altro, nella sua manifestazione esteriore (Logos proforikós = Verbo proferito); il Verbo si manfesta esteriormente, rendendosi operatore di Dio, poiché per mezzo suo furono fatte tutte le cose».

Importante è anche la puntualizzazione che Emanuele Rapisarda pone a chiusura della lunga lotta contro la mitologia sostenuta da Teofilo, il quale «rivolgendosi ad un amico, ha maggiore libertà degli altri apologeti. Atenagora, infatti, rivolgendosi agli imperatori, deve muoversi con molta cautela; Giustino, avendo ammesso la reale esistenza dei miti pagani, porta la discussione fuori del campo psicologico, seguendo le vie incerte della sua fervida concezione e adduce pochi miti per notare la differenza che passa tra essi e Gesù. Teofilo invece preferisce attaccare violentemente la mitologia e l'idolatria, anche perché in Antiochia sussistevano, venerati con grandi onori dai pagani, tanti luoghi sacri, che mantenevano ancora vive le superstizioni nell'animo del popolo del II secolo, profondamente legato alle tradizioni letterarie che decantavano le oscene imprese delle divinità! Se Teofilo perciò spende tanta parte della sua opera a mostrare l'empietà delle leggende poetiche, non lo si deve [...] rimproverare per le sue facili argomentazioni, perché Teofilo, con gli altri Padri, mirava anche alla conquista delle più umili sfere del popolo, nelle quali quella facile polemica aveva tanta presa. Tanto è vero che Plutarco, Apulejo, Massimino di Tiro, cercano di salvare quel bagaglio caro al popolo dando a quelle immoralità non facili interpretazioni».

 

Dionisio da Furnà, nella sua Ermeneutica della pittura, indica tra i santi della Chiesa orientale tre san Teofilo (29 gennaio, 9 marzo e 19 luglio), ma nessuno di questi è il vescovo di Antiochia. Del resto, non si conosce alcun culto riservatogli in Oriente (dove non sono nemmeno stati ritrovati antichi documenti che citano le sue opere), mentre in Occidente ha la propria festa il 13 ottobre, come indica il martirologio di Adone, vescovo di Vienne (Francia) vissuto nel IX secolo, peraltro storicamente poco attendibile per le numerose invenzioni e inesattezze cronologiche.