Taziano il Siro
Allo spirito moderato e conciliante di san Giustino si contrappose l’intransigenza del suo discepolo Taziano.
Taziano nacque verso il 120 da famiglia pagana, che lo educò secondo la tradizione greca, in una regione denominata Adiabene nell’antica Mesopotamia. Divenne sofista (1) e viaggiò molto; deluso dal paganesimo, si convertì al cristianesimo e diventò discepolo di Giustino a Roma. La sua conversione è spiegata da Taziano stesso: «Mentre andavo cercando quale fosse il bene, mi avvenne di imbattermi in taluni scritti barbari [le Scritture], antichissimi in confronto delle dottrine dei greci, e di ispirazione manifestamente divina per essere paragonabili con gli errori di quelli. E mi avvenne di credere a questi scritti, conquistato dalla semplicità del loro stile e dalla naturalezza dei narratori; dalla trasparenza evidente di tutta l’esposizione della creazione del mondo, dalla meravigliosa conoscenza dell’avvenire [le profezie], dall’eccellenza dei precetti, dall’unità del principio dell’universo, sottoposto a un solo monarca».
Dopo la morte di Giustino, Taziano abbandonò Roma e si trasferì in Oriente, dove, verso il 172, fondò la setta degli Encratiti (o astinenti), di dottrina gnostica, che si proclamavano vegetariani, sostituivano il vino dell’Eucaristia con l’acqua e consideravano il matrimonio come un adulterio operato del demonio. Se è vero che la filosofia dell’epoca inclinava all’ascetismo e, come testimoniò san Giustino, molti cristiani si astenevano dal contrarre matrimonio per dare esempio di virtù, è altrettanto provato che questa pratica era stata portata all’eccesso e la Chiesa vi mise freno condannando ufficialmente Taziano, del quale, peraltro, aveva messo già in luce la debolezza della sua teologia.
Dalle notizie su Taziano risulta anche la fondazione di una scuola di cultura superiore a Odessa, in Ucraina. Non si sa, invece, né il luogo né la data della sua morte.
Tatiano compose molte opere, me ne sono sopravvissute solamente due. La prima, "Oratio ad Graecos" (Pros Hellenas), scritta dopo il 165, è un'apologia del Cristianesimo. Essa è divisa in due parti: nella prima parte (I-XXXI) espone la Fede cristiana dimostrando la sua superiorità sulla filosofia greca; nella seconda (XXII-XLII) dimostra l'antichità della religione cristiana. Il tono di questa apologia è amaro e denunciatorio. L'autore inveisce contro l'ellenismo in tutte le sue forme ed esprime il disprezzo più profondo per la filosofia ed i modi greci, in sostanza è un atto di accusa contro tutta la civiltà classica.
L'altra opera sopravvissuta di Tatiano è il Diatessaron, un tentativo di armonizzazione dei quattro Vangeli consistente in un continuum narrativo degli eventi principali della vita di Gesù. Di questa opera esistono solo alcuni frammenti in siriaco ma Sant'Efraem di Siria ne fa una ricostruzione abbastanza fedele in un suo commentario, il cui testo in siriaco è andato perduto, ma che esiste in una versione armena. Esistono anche due revisioni del "Diatesseron": una in latino conservata nel "Codice Fuldensis" dei Vangeli datato intorno al 545, l'altra in una versione araba rinvenuta in due manoscritti di un periodo successivo. Il "Diatesseron" o "Evangelion da Mehallete" (Vangelo mescolato) fu praticamente l'unico testo evangelico usato in Siria durante il III ed il IV secolo. Rabbula, vescovo di Edessa (411-435), ordinò che preti e diaconi controllassero che in ogni chiesa ci fosse almeno una copia dei Vangeli separati (Evangelion da Mepharreshe), e Teodoreto, vescovo di Cirro (423-457), fece togliere più di duecento copie del "Diatesseron" dalle chiese della sua diocesi.
Molte altre opere composte da Tatiano sono scomparse. Nella sua apologia (XV) egli parla di un lavoro "sugli animali" e (XVI) di uno sulla "natura di demoni". Un altro scritto per confutare le calunnie contro i Cristiani (XL) fu progettato ma forse mai scritto. Scrisse anche un "Libro dei Problemi" (Eusebio di Cesarea, "Historia Ecclesiastica", V, 13), che trattava delle difficoltà nelle Sacre scritture, ed uno "Sulla Perfezione secondo i Precetti del Nostro Salvatore" (Clemente Alessandrino, "Stromata", III, 12, 81).