Aristide Marciano

 

 

 

Vissuto ad Atene intorno al 140, Aristide Marciano era un filosofo, molto ammirato per la sua eloquenza, convertitosi al cristianesimo dopo aver letto le Sacre Scritture, come hanno riferito Eusebio da Cesarea e san Girolamo.

 

Pochi anni dopo san Quadrato, anche Aristide indirizzò un’Apologia - la più antica a noi pervenuta e l’unica opera di Aristide conosciuta - all’imperatore Adriano, come si evince dalla prima traduzione siriana, da un testo armeno, dallo stile arcaico e da alcuni accenni storici che collocano l’opera al tempo di Adriano, quindi non oltre il 138, anno in cui divenne imperatore Antonino Pio.

Il ritrovamento della versione originale dell’Apologia è alquanto fortunoso: nel 1889 l’americano Rendell Harris rinvenne nella biblioteca del monastero di santa Caterina del Sinai un codice siriaco contenente la traduzione dell'Apologia. In base a questo documento, Armitage Robinson individuò il testo greco inserito, con pochi adattamenti, nel romanzo greco di ispirazione monacale Barlaam e Ioasaph (o Barlaam e Josaphat), attribuito a san Giovanni Damasceno e che influì considerevolmente sulla letteratura medioevale. Infine, nel 1922 e nel 1923 furono scoperti dei frammenti greci su papiri, notevoli per la conoscenza del testo primitivo dell'opera (1).

 

Nell’Apologia, Aristide dà prova di profonda conoscenza delle dottrine filosofiche nel replicare alle ingiuste accuse dei pagani trattando le differenze tra il cristianesimo e le religioni dei barbari, dei greci e dei giudei e sostenendo che i cristiani avrebbero contribuito, con la loro fede e il loro esempio, alla coesione dello Stato e alla concordia tra i cittadini. Secondo Aristide, i barbari adorano gli elementi di cui si compone la natura visibile (cielo, terra, acqua, fuoco, uomo) e, quindi, si rivolgono alle opere di Dio e non a Dio stesso. I greci attribuiscono agli dèi comportamenti simili a quelli degli uomini, con le loro debolezze e le loro colpe. I giudei adorano il vero Dio, ma il loro culto apprezza molto più l’esteriorità che la spiritualità. Soltanto il cristianesimo afferma l’idea e l’esistenza di Dio tramite la vita pura e l’armonia con il prossimo: i cristiani pregano per gli amici e i nemici, professano la carità verso chiunque, assistono i viandanti e i condannati per il nome di Cristo, si prodigano per la conversione dei pagani, la santità della vita domestica e la purezza dei costumi, aspettano con gioia la seconda venuta di Cristo che, secondo i meriti, premierà i buoni e punirà i cattivi…

 

Probabilmente Aristide ebbe occasione di consegnare personalmente la propria lettera ad Adriano quando questi, attraversando al Grecia, svernò ad Atene e, rendendosi conto del feroce odio dei pagani contro i cristiani, scrisse al proconsole dell’Asia, Minucio Fundano, di porre fine alle repressioni e alle condanne contro i cristiani se non c’erano fondate prove della loro colpevolezza.

 

La tradizione vuole che Aristide sia morto martire e la Chiesa lo celebra il 31 agosto. Alcuni martirologi latini cattolici lo ricordano anche il 3 ottobre.

 

L'opera: "L'Apologia"

 

Aristide di Atene scrisse una Apologia, intessuta di dottrine filosofiche, indirizzata all'imperatore Adriano, come risulta da Eusebio e dalla versione armena della Apologia. Questa è il più antico scritto apologetico cristiano che ci sia pervenuto. L'Apologia di Aristide ebbe una singolare vicenda. Fu conosciuta da Eusebio e da Gerolamo e fu ricordata da quegli scrittori che dipesero da tali fonti. Nel 1878 i Mechitaristi di Venezia scoprirono un frammento armeno dell'Apologia, seguiti poi nel ritrovamento dello stesso testo, sempre in armeno (secolo V), dal Conybeare e dall'Eemin. Una scoperta più fortunata toccò a J. Rendell Harris che nel 1889 rinvenne nella Biblioteca del monastero di Santa Caterina del Sinai il Cod. Syr. 16 (secolo VII) contenente la traduzione siriaca dell'Apologia (sec. V). In base a questo documento, J. A. Robinson si accorse della straordinaria somiglianza con una parte del romanzo greco di Barlaam e Ioasafat, attribuito a san Giovanni Damasceno, scoprendo come quest'ultimo utilizzava l'Apologia sotto forma di discorso pronunciato dall'indovino Nachor. Infine nel 1922 e nel 1923 furono scoperti dei frammenti greci su papiri, notevoli per la conoscenza del testo primitivo dell'opera (Grenfell, Hunt, Milne).

 

Scrive Costantino Vona in Bibliotheca Sanctorum, I:

«L'Apologia è stata divisa in 17 brevi capitoli. Dopo un proemio sulla conoscenza, esistenza, natura ed attributi divini (cap. 1), vi è l'esposizione dell'origine delle quattro principali religioni (cap. 2) che sono trattate nei capitoli seguenti: la religione dei barbari (caldei, secondo il testo greco) capp. 3-7; quella dei greci (ed egiziani), capp. 8-12 (13); quella dei giudei, cap. 14, e quella dei cristiani, capp. 15-17. In realtà, la trattazione è l'esposizione del contrasto che vi è tra la religione dei greci e la religione dei cristiani; e quindi si comprende facilmente l'intonazione morale che viene data all'opera».

 

Secondo Aristide, i barbari adorano gli elementi di cui si compone la natura visibile (cielo, terra, acqua, fuoco, uomo) e, quindi, si rivolgono alle opere di Dio e non a Dio stesso. I greci attribuiscono agli dèi comportamenti simili a quelli degli uomini, con le loro debolezze e le loro colpe. I giudei adorano il vero Dio, ma il loro culto apprezza molto più l'esteriorità che la spiritualità. Soltanto il cristianesimo afferma l'idea e l'esistenza di Dio tramite la vita pura e l'armonia con il prossimo.

 

È scritto nell'Apologia:

«(I cristiani) non adorano dei stranieri; sono dolci, buoni, pudichi, sinceri, si amano fra loro; non disprezzano la vedova; salvano l'orfano; colui che possiede dà, senza mormorare, a colui che non possiede. Allorché vedono dei forestieri, li fanno entrare in casa e ne gioiscono, riconoscendo in essi dei veri fratelli, poiché così chiamano non quelli che lo sono secondo la carne, ma coloro che lo sono secondo l'anima (...). Osservano esattamente i comandamenti di Dio, vivendo santamente e giustamente, così come il Signore Iddio ha loro prescritto; gli rendono grazie ogni mattina e ogni sera, per ogni nutrimento o bevanda e ogni altro bene (...). Queste sono, o imperatore, le loro leggi. I beni che devono ricevere da Dio, glieli domandano, e così attraversano questo mondo fino alla fine dei tempi: poiché Dio ha assoggettato tutto ad essi. Sono dunque riconoscenti verso di lui, perché per loro è stato fatto l'universo intero e la creazione. Di certo questa gente ha trovato la verità».

 

 

Carlotta Alpigiano, curatrice della edizione italiana dalle versioni greca e siriaca (Nardini ed., 1988) fa notare come Aristide «si rivela nell' Apologia un pagano convertito che, attraverso un'esperienza di ricerca e forse una momentanea adesione al giudaismo, che egli giudica tutto sommato con favore, ha trovato nel cristianesimo la realizzazione e il compimento dell'idea di Dio a cui egli era giunto per vie razionali e ne ha accettato anche la rivelazione. Attraverso il ragionamento svolto nell'Apologia Aristide presenta e propone ai pagani il suo stesso cammino di conversione, offrendo loro la possibilità di ottenere la salvezza e contemporaneamente invitandoli a desistere dal calunniare i cristiani. (...) Nei cc. 15-17 presenta un lungo elenco di virtù dei cristiani: essi sono il "popolo nuovo", la "stirpe beata", dalla cui bocca escono "cose divine" e la cui dottrina è "la porta della luce" che permette di giungere alla salvezza nel giudizio finale».