Seconda parte
6. Saluto del celebrante e atto penitenziale
Dopo il bacio dell’altare, simbolo di Cristo, la Messa ha inizio, naturalmente, con il segno della croce.
Abbiamo testimonianza certe dell’uso cristiano del segno della croce fin dal III secolo, esso era un modo di affermare e professare la propria appartenenza a Cristo dopo il battesimo.
L’uso di farlo nel mondo attuale è piuttosto recente: lo troviamo nella liturgia del XVI secolo, ma forse era praticato anche prima. Più antico è il segno di croce fatto con le dita sulla fronte sulla bocca sul petto.
L’espressione nel nome del Padre del Figlio e dello Spirito Santo assume anche il significato di una benedizione, era una formula di benedizione usata nel medioevo.
Segue il saluto del celebrante ai fedeli, e poi l’atto penitenziale, secondo una prassi antichissima che risale al primo secolo (Didachè).
Le formule dell’atto penitenziale sono diverse, tra le più antiche vi è il Confiteor e il Kyrie eleison .
Quindi a nome di tutti il sacerdote implora il perdono. Si tratta di un atto comunitario che ottiene da Dio il perdono dei peccati veniali, a condizione che si sia sinceramente pentiti. La Chiesa, cioè, riconosce di essere santa, ma anche peccatrice e umilmente chiede il perdono.
A questo punto il cuore gonfio di gioia quasi esplode nel rendere grazie a Dio con la recita o il canto del Gloria, un inno che inizialmente si recitava forse soltanto a Natale e a Pasqua, ma che poi fu esteso alle domeniche e alle feste. Con tale preghiera si manifesta la nostra comprensione della gloria di Dio e il nostro aderire a Lui fino in fondo.
I riti introduttori terminano con la preghiera del sacerdote che è detta colletta, perché raccoglie le preghiere particolari della comunità in una preghiera unica, ma anche perché viene pronunciata sul popolo lì radunato.
Tra il preghiamo e le parole del sacerdote, un attimo di silenzio dovrebbe consentire ad ognuno di fare colletta, cioè di riassumere al Signore le proprie richieste e le proprie implorazioni.
Il contenuto di questa preghiera fatta dal sacerdote in genere è molto breve, ma anche molto denso.
A tale preghiera l’assemblea risponde con il suo Amen: è il suo sì di approvazione a quanto il sacerdote ha chiesto al Padre.
7. La liturgia della parola
La liturgia della parola non è né una introduzione alla celebrazione dell’Eucaristia, né solo una lezione di catechesi, ma è un atto di culto verso Dio, che parla a noi attraverso la Sacra Scrittura proclamata.
Essa è già un nutrimento per la vita, due sono infatti le mense alle quali si accede per ricevere il cibo della vita: la mensa della Parola e la mensa dell’Eucaristia.
Dunque il primo cibo è la Parola proclamata, il pane della Parola.
Le due mense sono entrambe necessarie. È un aspetto che va assolutamente rilevato e recuperato. Non è infatti lecito pensare che la parte essenziale della messa sia costituita dalla liturgia eucaristica, ciò portò un tempo a ritenere che il precetto festivo fosse osservato anche solo grazie alla partecipazione a questa seconda parte della messa, quasi che la liturgia della Parola fosse semplicemente un fatto accessorio (da calice a calice…).
Attraverso le scritture Dio fa così conoscere il suo disegno di salvezza e la sua volontà, provoca alla fede e all’obbedienza, spinge alla conversione, annuncia la speranza.
Si sta seduti perché questo consente un attento ascolto, ma i testi, a volte assai difficili ad un loro primo ascolto, andrebbero letti e un po’ preparati prima della celebrazione.
Ad eccezione del tempo pasquale, normalmente la prima lettura è tratta dall’Antico Testamento. La storia della salvezza, infatti, ha in Cristo il suo compimento, ma inizia già con Abramo, in una rivelazione progressiva che giunge fino alla Pasqua di Gesù. Ciò è sottolineato anche dal fatto che la prima lettura ha normalmente un legame con il Vangelo.
Il salmo è la risposta corale a quanto della prima lettura è stato proclamato.
La seconda lettura è scelta del Nuovo Testamento, quasi a voler far parlare gli apostoli, le colonne della Chiesa.
Al termine delle due letture si risponde con la formula tradizionale: “Rendiamo grazie a Dio” .
Normalmente legge un laico che ha l’incarico dal sacerdote, esiste però anche un ministero nella Chiesa, quello del lettore, in cui il vescovo istituisce una persona ritenuta idonea perché legga la parola di Dio nell’assemblea e ne spieghi il significato nella catechesi.
Il canto dell’alleluia, con il suo versetto, introduce poi alla lettura del Vangelo: è una breve acclamazione che vuole festeggiare Cristo mentre il libro del Vangelo viene posto solennemente sull’ambone, dove viene incensato come il segno visibile della presenza invisibile di Cristo.
L’ascolto in piedi della lettura indica un atteggiamento di vigilanza e di più profonda attenzione, ma esso richiama anche l’essere in piedi di Cristo risorto, i tre segni di croce significano la volontà di far proprio un ascolto con la mente ed il cuore, per poi, con la parola, portare agli altri quanto abbiamo ascoltato.
8. L’omelia, il credo, la preghiera dei fedeli
La Parola di Dio ha bisogno di essere attualizzata, è stata pronunciata molti secoli fa non perché restasse un ricordo storico, ma perché fosse una parola creativa ed efficace per tutto il tempo della Chiesa.
Affinché ciò fosse possibile, da sempre la lettura della Sacra Scrittura è stata seguita da una predicazione, una omelia, che significa conversazione, per quanto, in realtà, essa venga pronunciata dal solo sacerdote, il ministro della parola, che con autorità e competenza spiega la parola di Dio.
La recita del credo diventa poi l’espressione della adesione di fede di tutta l’assemblea alla parola di Dio proclamata, e soprattutto alla parola di Gesù letta nel Vangelo. Si tratta di una parola di assenso che si allarga fino a comprendere tutti i contenuti centrali della fede cristiana.
Un tempo a questo punto i catecumeni, coloro i quali si stavano preparando a ricevere il battesimo, e i penitenti, che avevano chiesto il perdono e la riconciliazione con la Chiesa, che non potevano assistere al seguito della messa, dovevano uscire dalla chiesa.
Dopo la loro uscita si faceva la preghiera dei fedeli, una preghiera prima di tutto universale perché fatta da tutta l’assemblea per il bene di tutti.
In essa si manifesta l’invocazione fiduciosa dei credenti: ascoltaci o Signore!
Si prega prima di tutto per le grandi necessità della Chiesa, poi per i bisogni spirituali e temporali di tutti gli uomini, per le grandi cause dell’umanità, per coloro che si trovano in situazioni di sofferenza o di prova, per la comunità locale. Si esprime così un tratto assolutamente fondamentale della celebrazione eucaristica, il fatto cioè che essa, in qualsiasi luogo venga celebrata, è sempre un atto di tutta la Chiesa e tiene presente, perciò, le necessità e i bisogni del mondo intero.
Così, purificata dall’atto penitenziale, illuminata e nutrita dalla Parola di Dio, rinnovata nella sua fede, l’assemblea è disposta a celebrare la seconda parte della messa e dunque a prendere parte alla Cena del Signore alla quale è invitata.
9. La presentazione dei doni
Nella liturgia della parola il posto centrale era occupato dall’ambone, da cui Dio parlava al suo popolo; nella liturgia eucaristica il posto centrale e tenuto dall'altare. All'altare vengono portati i doni, cioè il pane e il vino: è il momento della presentazione dei doni, un tempo detto anche offertorio.
Anticamente venivano portati all'altare anche altri doni frutto della carità, che dovevano servire per il sostentamento dei poveri e del clero: era il segno di una attiva partecipazione e della consapevolezza che la Messa deve poi farsi vita, dunque carità.
Il pane e il vino presentati all'altare sono il frutto del lavoro dell'uomo. La benedizione di Dio, che viene invocata, farà sì che essi diventino di lì a poco Corpo e Sangue di Cristo.
In tal modo vi è l'offerta anche del lavoro dell'uomo, del nostro lavoro. Così la messa assume questa caratteristica, quella cioè di significare la nostra offerta la quale assume tutto il suo senso in quanto unita all'offerta di Gesù che muore per noi.
Pane e vino sono, naturalmente, gli elementi usati da Gesù nell’ultima cena, gli elementi biblicamente comuni di ogni convito, gli elementi essenziali per il nutrimento. Il sacerdote versa un po' di acqua nel calice del vino per indicare le due nature, quello umana e quella divina, presenti in Cristo. Poi si lava le mani quale gesto di purificazione.
Segue una preghiera sulle offerte.