Prima parte: Introduzione
1. Il nome
“Messa” è il nome più comune per indicare la celebrazione eucaristica, ve ne sono però anche altri: “cena del Signore”, “frazione del pane”, “Eucaristia”.
Essa deriva dal latino missa che significa “congedo, commiato”; si tratta del termine usato dai romani nel terzo e quarto secolo per indicare la fine di un’adunanza.
Così nel linguaggio liturgico l’espressione fu usato per significare la fine della celebrazione eucaristica: ite missa est.
Dal quarto secolo è comunque questo il nome più usato della celebrazione.
L’altro termine è Eucaristia, che deriva dal greco, significa rendimento di grazie e ricorda la preghiera di ringraziamento che Gesù fece durante la cena pasquale secondo il rito ebraico.
Il termine indica più precisamente il racconto dell’ultima cena che il sacerdote fa al momento della consacrazione, poi si è allargato fino a comprendere tutta la celebrazione.
Una antica testimonianza in San Giustino verso l’anno 160 ci offre le prima descrizione dell’eucaristia domenicale a Roma e già segnala le due parti fondamentali della messa, cioè la liturgia della parola e la liturgia eucaristica, che sono presenti allora come oggi.
Attorno a questi due nuclei dal quarto secolo in poi abbiamo un notevole sviluppo di riti e preghiere.
2. I protagonisti
I protagonisti sono due: il sacerdote e i fedeli.
Il popolo partecipa attivamente alla celebrazione, almeno fino all’ottavo/nono secolo, quando la messa pian piano cominciò a divenire un fatto privato del sacerdote, anche per l’uso del latino che pochi ormai conoscevano.
Inizia così un progressivo distacco del popolo dalla messa che solo con la riforma liturgica di Paolo VI dopo il Concilio Vaticano II cominciò ad essere combattuto, a cominciare dall’introduzione delle lingue nazionali.
Così la liturgia è tornata ad essere un’azione compiuta dall’intera assemblea di cui il sacerdote è presidente qualificato a nome di Cristo.
3. Il giorno e il luogo: riuniti in assemblea nel giorno del Signore
Fin dai tempi degli apostoli i cristiani si sono riuniti di domenica (e non di giovedì, ad esempio) per celebrare la resurrezione di Cristo il quale è risorto il giorno dopo il sabato ed è apparso otto giorni dopo.
La domenica la comunità cristiana si riunisce in chiesa per celebrare l’eucaristia. È il segno visibile più comune di essa. I cristiani sono, infatti, coloro i quali vanno a messa, almeno con una certa frequenza.
L’assemblea riunita anticipa già il regno di Dio dove saremo sempre con il Signore.
Essa è una espressione di comunità, di chiesa che è costitutiva dell’essere cristiani. Per questo non si assolve il precetto quando, potendolo fare, non si va in chiesa, e magari si guarda la messa alla televisione.
La chiesa è il luogo deputato di norma per la celebrazione.
4. Celebrazione, sacramento, rito
La Santa messa è, prima di tutto, una celebrazione, cioè un’azione pubblica e solenne compiuta da una assemblea. Questa celebrazione è liturgica in quanto esercitata dalla Chiesa, capo e corpo insieme, e tale da rendere a Dio il culto perfetto.
La Santa messa è poi una celebrazione sacramentale in quanto rende presente, per mezzo dei segni, l’opera della salvezza compiuta da Cristo.
Noi crediamo, infatti, che Cristo risorto sia effettivamente presente, realmente presente con il suo corpo e il suo sangue glorioso, sia pure nel segno umano del pane e del vino.
La Santa messa è infine un rito, perciò il suo svolgimento non è lasciato alla libera immaginazione e creatività della comunità che la celebra, o del suo sacerdote, ma segue leggi e norme fissate dalla consuetudine e dall’autorità.
Questo rito ha il compito essenziale di rendere presente per noi oggi l’evento centrale della fede cristiana che è costituito dalla morte e risurrezione di Gesù, cosa che accade ad ogni celebrazione.
Tale rito, al tempo stesso, rende possibile per noi l’essere presenti alla Pasqua del Signore, anche ci dobbiamo sentire perciò contemporanei a ciò che lì accadde: il dono dell’Eucaristia, avvenuto durante l’ultima cena, la passione e morte di Gesù sulla croce, la risurrezione, ma anche, poi, l’ascensione e l’invio dello Spirito Santo a Pentecoste.
5. Il celebrante
Se ogni Santa messa ripresenta questi avvenimenti, solo Gesù la può celebrare, ed infatti è proprio così, ma nel tempo ciò avviene attraverso il sacerdote e i fedeli presenti, tuttavia sempre nel senso che attraverso di loro, e con loro, è Cristo che opera.
Perciò possiamo fin da subito proporre una conclusione di fondamentale importanza: gli avvenimenti della Pasqua che furono causa di salvezza per quanti allora erano presenti e dissero il loro sì della fede, sono resi attuali per quanti oggi partecipano ad una Eucaristia, i quali dunque, allo stesso modo, sono chiamati a dire il loro sì libero e responsabile.
È lo stesso Cristo che offre infatti la sua vita per noi, e ciò avviene realmente, anche se attraverso i segni della liturgia: è questo davvero un grande miracolo!
Per noi che partecipiamo ciò significa allora essere interpellati come furono i primi cristiani a quel tempo, dunque come allora essi furono chiamati ad una risposta e ad una vita coerente, così lo siamo oggi anche noi.
Perciò il sacrificio di Cristo deve anche diventare il sacrificio della chiesa, dei cristiani che offrono la propria vita al Signore e ai fratelli, esattamente come Gesù. Ne consegue che i fedeli non assistono alla messa come si assiste ad uno spettacolo, ma partecipano attivamente, pregano insieme gli uni con gli altri, gli uni per gli altri.
Per questo dopo il giorno di Pentecoste la chiesa si è sempre riunita per celebrare la messa che è dunque il culmine della sua vita, ma anche la fonte di ogni suo gesto e azione.