QUANDO IL SERVIZIO DIVENTA ABUSO DI POTERE...
Carissimi Amici
viandanti,
il mese di novembre dedicato alla riflessione avviata giorni fa sulla nostra
comune chiamata alla santità mi dà modo di riflettere con voi su un tema
molto delicato e da cui nessuno è immune!
Questo tema molto incandescente tante volte suona duro ai nostri cuori,
specie ai cuori di chi nella Chiesa occupa un posto di responsabilità,
oserei dire prettamente di servizio. Il mondo di oggi, con la sua cultura
del predominio sugli altri, non di certo favorisce l’assorbimento di
questo messaggio che almeno per noi “gente di chiesa” dovrebbe essere
assodato! Come sacerdote,
mi sono imbattuto spesse volte in questo tipo di
discorso e con i confratelli, e con amici laici, che proprio per questo
motivo restano nella Chiesa scandalizzati e scappano via. Parlare di
servizio evoca uno strano effetto collaterale nella nostra vita, sembra
quasi che l’allergia a questo tipo di ministero sia un po’ troppo diffusa
sia nella nostra società che nella Chiesa, la quale dovrebbe essere invece
icona e maestra di quanto lo stesso Gesù ha detto un giorno ai suoi
discepoli, dunque a coloro che Egli aveva scelto per una sequela più
radicale: “Quando avrete fatto tutto quello che vi è stato ordinato,
dite: Siamo servi inutili. Abbiamo fatto quanto dovevamo fare” (Lc
17,10).
L’impressione comune che tante volte si ha è che più alta è la carica che si
riveste, più bassa è la possibilità di intravedere in quella persona
l’immagine del servo. E’ anche vero che tante volte, presi dal troppo
attivissimo, dimentichiamo il motivo fondante della nostra chiamata, tanto
da diventare semplici impiegati, travolti dalla burocrazia e
dall’efficientismo. Ovviamente, questo discorso non vale per tutti, tante
sono le persone che lavorano nel silenzio e nell’umiltà e portano avanti la
missione che il Signore gli ha assegnato.
La riflessione che dobbiamo necessariamente fare è su quell’aggettivo usato
da Gesù: “Inutile”, che proprio come dicevo prima, non
riusciamo a mandare giù.
“Inutile”, in origine significa: “senza pretese, senza esigenze, senza
rivendicazioni», siamo servi che non hanno bisogno di rivendicare i propri
diritti, o di agire con inganno e con sopruso per ottenere i loro risultati.
Dobbiamo continuamente ricordare che una vita di servizio non è come vorrebbero
farci credere, inutile, secondo l’accezione che ne da il mondo. Non dobbiamo
ricercare gli applausi, il consenso, le gratificazioni, il successo. È il
servizio la vera ricompensa, essere stati scelti da Dio e non dalla logica
umana, sentirsi considerati dal Signore non per i nostri meriti, ma per l’amore
che Egli nutre per ciascuno, questa è la nostra ricompensa. Io servo perché anche Dio è il
servitore della vita, Lui stesso dice: “Io sto in mezzo a voi come Colui che
serve” (Lc 22,27). E il servire mi fa a sua immagine e somiglianza. Io servo
perché Gesù è il Servo sofferente. E ha scelto la sofferenza, il mezzo più
scandalosamente inutile, per guarire le nostre piaghe.
Purtroppo queste possono suonare solo come delle “belle” parole, perché sappiamo bene che nella maggior parte dei casi non è così! A noi non interessa vedere come agiscono gli altri, come usurpano il loro servizio, come si impuntano per ottenere quel favore, come alzano la voce, noi dobbiamo contemplare il Crocifisso e pensare che un giorno ognuno di noi dovrà rendere conto solo a Lui della propria vita. Per quanto mi riguarda, senza peccare di orgoglio o volendo assurgermi come modello, io ho scelto, come via preferenziale nel mio ministero, il silenzio. Silenzio tante volte frainteso - come mi è stato detto - silenzio che agli occhi di molti è servito poco o meglio è servito per farli sentire più forti, arrivati, vincitori. Mi sono accorto che è servito ben poco continuare a svolgere la propria missione in questo modo, mi sono reso conto che probabilmente se avessi parlato, o meglio ancora, se avessi alzato la voce tante cose avrebbero assunto un volto diverso, ma a pro di che? E’ ovvio che oggi, forte anche di una semplice esperienza, mi sento chiamato anche a denunziare tutte quelle cose che provocano scandalo e che soprattutto rallentano l’avanzare del Regno dei cieli, anche Gesù nel Tempio cacciò tutti fuori e si infuriò rispetto al bene più grande. Ma tutto ciò non deve assolutamente farci scadere in banali discussioni e perdere di vista la meta che per ogni cristiano passa dal Golgota. Questa riflessione è mirata soprattutto a richiamare la nostra attenzione, come consacrati e come laici, a vivere la nostra missione ascoltando unicamente la voce del Pastore, senza pensare di essere gli unici depositari della fede, ma sforzandoci di incarnare la stessa umiltà che fu di: “Cristo Gesù, che pur essendo di natura divina, non considerò un tesoro geloso la sua uguaglianza con Dio; ma spogliò se stesso, assumendo la condizione di servo e divenendo simile agli uomini” ( Fil 2, 6-7).
Voglio concludere questa riflessione con un altro testo biblico molto significativo, rivolto prettamente a coloro che sono al timone e dunque alla guida, ma credo adattabile a tutti i discepoli, non solo a quelli impegnati attivamente nella Chiesa, ma anche a tutti coloro che attraverso il loro lavoro, la loro missione quotidiana, sono tenuti a rendere testimonianza della propria fede. “Esorto gli anziani che sono tra voi, quale anziano come loro, testimone delle sofferenze di Cristo e partecipe della gloria che deve manifestarsi: pascete il gregge di Dio che vi è affidato, sorvegliandolo non per forza, ma volentieri secondo Dio; non per vile interesse, ma di buon animo; non spadroneggiando sulle persone a voi affidate, ma facendovi modelli del gregge. E quando apparirà il pastore supremo, riceverete la corona della gloria che non appassisce” (1Pt 5,1-4). Senza commentare questo squarcio di lettera che è molto chiaro, vi lascio con quanto diceva S. Gregorio Magno a proposito del pastore e che io estendo a tutti voi: Come dev’essere il pastore? Come dev’essere il cristiano? "Bisogna che egli sia puro nel pensiero, esemplare nell’agire, discreto nel suo silenzio, utile con la sua parola, vicino a ciascuno con la sua compassione, dedito alla contemplazione”.
…E non dimentichiamoci che per eredità il Signore ci ha lasciato solo dei vecchi arnesi...una brocca ed un catino! Chi ha orecchi per intendere intenda…..
Buona verifica a tutti!!!
Don Fabio