“ Avvento, tempo di attesa…”
Incontro Tabor del 4 dicembre 2008

I tempi forti, che la Chiesa in periodi ben precisi propone ai suoi fedeli come tappe fondamentali nella vita di fede, sono due: il tempo di Quaresima e di Avvento…
L'Avvento è quel lasso di tempo che non solo ci fa ricordare che l’arrivo del Signore è ormai vicino, ma anche che è tempo di conversione… “conversione”, una parola un po’ messa in soffitta tra gli abiti “vecchi” del nostro modo di pensare, perché ha il sapore di qualcosa che è da tempo fuori moda… come se la fede fosse un fatto di tendenza, come se Gesù Cristo badasse alle cose frivole per le quali noi sprechiamo gran parte della nostra vita!
Il tempo di Avvento non vuol dire attesa sterile, perché la certezza della venuta di Cristo noi la possediamo davvero, e sappiamo anche che ci sarà una Sua seconda venuta, quando giungerà di nuovo sulla Terra per il Giudizio Finale. Forse è più raro sentir parlare oggigiorno di queste cose, perché si pensa in fondo che siano storielle inventate per incutere timore ai bambini. Ma non è così. Sono parole uscite dalla bocca di Dio, e se noi non diventiamo come bambini davanti alle Parole di Dio - come Gesù stesso ha detto - allora il Regno dei Cieli non potrà accoglierci mai!
Il
tempo dell’Avvento è un momento molto importante nella vita di un cristiano: è
la festa che prepara al Natale, al momento, cioè, il cui è venuto alla
luce 2000 anni fa il nostro Salvatore, l’unico che può dare senso alla nostra
vita. Ma è anche molto di più… è un tempo in cui il nostro cuore è chiamato a
convertirsi, cioè a stravolgere completamente il suo modo di pensare e di
vivere… è un ritorno all’essenza del nostro essere uomini e cristiani, che si
concretizza sia nella preghiera e nel rapporto personale con Dio, sia
nell’apertura ai bisogni dei fratelli. Per tornare all’essenza, cioè al vero
senso di noi e della nostra fede, abbiamo bisogno di trovare il coraggio di
rinunciare al superfluo… in tutti i sensi!
Badiamo bene che questo messaggio cristiano stride profondamente con l’immagine che tutti noi abbiamo del Natale e che una società impazzita ci vuole a tutti i costi inculcare!
L’attesa però richiede lo sforzo della fermezza, un esempio calzante ci è stato dato dal passo del Vangelo che abbiamo meditato: Matteo 25, 1-13, ossia la “Parabola delle 10 vergini”, cinque di esse stolte e cinque sagge. Queste ultime hanno saputo attendere con le loro fiaccole accese, cioè con i loro cuori sempre pronti all’imminente arrivo dello Sposo, alimentate dall’olio della fede. Si sono così fatte riconoscere dal Signore e sono entrate con Lui a nozze, hanno cioè assaggiato la gioia di stare con Dio, un Dio che non è lontano, ma ci cerca, ci vuole con sé, ci viene addirittura incontro!
L’invito a vegliare, che ci viene rivolto alla fine del passo evangelico, dev’essere l’ imperativo per noi in questo momento: vegliare significa non farsi trovare impreparati dal Signore, perché non sappiamo quando giungerà di nuovo e ci chiederà ragione di tutta la nostra esistenza.
Durante
questo incontro è stato anche accolto un fratello come nuovo membro del
Laboratorio della Carità: Daniele.
Il Signore ci ha lasciato un comandamento che adempie tutti gli altri: "Amatevi gli uni gli altri come io vi ho amati!". Il supremo comandamento dell’amore, e l’Amore (caritas, in latino) lo conosciamo perché ce lo ha fatto vedere Gesù...un Amore che non vuole prevalere, ma solo mettersi al servizio di tutti: per questo come il Signore fece con i Suoi discepoli, anche noi durante l'incontro abbiamo lavato i piedi di questo nostro fratello che, sebbene ultimo arrivato, davanti a Dio è il primo, perché Lui ama i più piccoli!
Quando un giorno il Signore ci chiederà cosa ne abbiamo fatto del Suo più importante comandamento, allora soltanto le opere potranno dimostrare a Dio che l’amore che Egli ci ha dato non è andato tutto perduto, ma che siamo stati capaci di metterlo a frutto e di portarlo sulle strade della nostra vita.