26 GIUGNO 2008...il «Laboratorio della Carità» (L.D.C.)

Riuniti attorno al Crocifisso, nel
giardino di casa Sergio, in un’atmosfera molto suggestiva, i viandanti
hanno
invocato lo
Spirito Santo
e hanno predisposto il loro cuore al
raccoglimento e alla
preghiera, chiedendo perdono a Dio dei peccati
commessi e ringraziandoLo per aver loro concesso ancora una volta la gioia di
riunirsi nel Suo Nome.
La comunità ha rivolto poi la sua preghiera al Padre recitando il
salmo 61.
Esso sottolinea l'importanza di rivolgere la propria fiducia in Dio soltanto,
poiché "sono un soffio i figli di Adamo". Il salmo ricorda che solo Dio è
rifugio e fortezza inaccessibile negli attacchi del male e nelle avversità. L'
uomo è ammonito a non attaccare il suo
cuore a cose malvagie o a beni caduchi,
poiché "tutto è vanità", come di seguito è stato proclamato dalla lettura tratta
dal
libro del Qoèlet (1,1-11), alla quale è seguita la
catechesi
di don Fabio.
Egli ha voluto sottolineare l'importanza di un ritorno all'essenza nella nostra
vita, spesso troppo presa da mille affanni e pene perlopiù inutili... "la scena
di questo mondo passerà", ha ricordato ad ognuno di noi viandanti, perchè la
vita è solo un tratto, una breve corsa che ci separa dalla vera meta: la Patria
eterna. La fiducia in Dio, di cui ci ha parlato il salmo 61, deve spingere anche
a riversare in Lui e non su noi stessi i nostri sogni, le aspettative, le paure
e le ansietà, perchè come recita il testo della canzone
«Vanità di vanità»
(A. Branduardi) che abbiamo ascoltato, «....godendo solo d'argento e
d'oro, alla fine cosa ci
resterà?». Se Cristo è morto per noi soltanto per Amore, allora dobbiamo
riconoscere in Lui il punto fisso, l'unico, della nostra esistenza, il modello
su cui improntare il nostro amore.
Nel momento successivo ci è stato offerto un invito alla condivisione, a
spezzare cioè insieme, come fratelli appartenenti ad una sola comunità, la
Parola, in base alle diverse impressioni e situazioni. E' un momento
fondamentale per la crescita della nostra vita comunitaria, perchè portare fuori
ciò che Dio con la Sua Parola suggerisce al nostro cuore può essere immensa
fonte di arricchimento spirituale per i fratelli. Come ugualmente fondamentale è
stato l'invito all'evangelizzazione, a portare cioè Cristo dalla nostra
vita quotidiana ai fratelli, a tutti i fratelli, perchè non dobbiamo porre
limiti al fluire della Grazia di Dio.
La nostra comunità sta facendo molti passi in avanti, cresce molto velocemente,
e questo non può che essere un segno della mano di un Padre che opera
instancabilmente (attraverso mezzi spesso anche insufficienti),
per parlare
ancora d'amore al mondo. Non potevamo che concludere l'incontro con il nostro
inno
«La carità».
Durante questo incontro è stata anche comunicata in maniera ufficiale la nascita
di un nuovo organo:
il
Laboratorio della carità, un team di viandanti
chiamato alla cura degli incontri della comunità nei loro vari momenti.
Un punto
di riferimento in più per un cammino che si sta arricchendo, per Grazia di Dio,
di presenze sempre nuove.
I nostri incontri non sono soltanto arricchimento spirituale e formativo, ma
sono anche occasione di conoscenza e di comunione...anche culinaria! Ringraziamo
i Sergio che ci hanno dato modo di vivere un bel momento di fraternità e di
golosità!!
La Catechesi
“Qohèlet è un libro presente sia nell'Antico Testamento della Bibbia cristiana che nella Bibbia ebraica. Nella raccolta cristiana è uno dei sette libri didattici, detti Sapienziali, contenuti nell'Antico Testamento. Il libro è chiamato anche Ecclesiaste, nome che deriva dalla traduzione in lingua greca e successiva latinizzazione della parola ebraica Qohèlet.
Qohèlet è il titolo del libro ed è anche lo pseudonimo dell'autore. L'etimologia del termine ebraico Qohèlet deriva dal participio presente femminile del verbo qahal che significa «convocare, adunare, radunare in assemblea». Letteralmente dovremmo tradurre Qohèlet con «l'animante», nel senso di colei che anima il discorso, «l'animatrice». I Greci tradussero questa parola con il termine Ekklesiastès - traduzione greca dei «Settanta» che ha reso l'ebraico qahal (assemblea) con l'equivalente greco Ekklesia. Ekklesiastès significa dunque «colui che parla o che partecipa all'assemblea», senza nessun collegamento alla terminologia cristiana.
Nel Qohèlet viene
esposto, in forma dialettica, un contraddittorio tra il bene e il male. La
riflessione ruota intorno a due interrogativi, ovvero a cosa serva fare il bene
e a cosa serva fare il male. Se la morte è l'unica conclusione della vita,
allora tutto sembra vano. Qohèlet
allora suggerisce: «Abbi fiducia nel Padre e
segui le sue indicazioni». È qui che troviamo la famosa frase Vanitas
vanitatum, vanità delle vanità, significando che tutto non è altro che
cosa vana, fatua. Le parole del Qohèlet sono da ascoltare attentamente. Credo che ognuno di noi abbia contratto il virus della vanità, nella nostra vita
ci sono troppe cose inutili, finanche i legami tante volte vengono vissuti in
maniera del tutto superficiale. La nostra vita è dunque appesantita da tante
cose inutili che alimentano il gusto di vivere una vanità sbagliata, cioè non
quella propostaci dal Qohèlet, che ti aiuta a giungere all’essenziale, ma quella
che ti fa costruire un mondo del tutto fittizio, dove niente è vero! Ritornare
all’essenziale significa ritornare a Dio, Lui è il tutto nella nostra esistenza,
è Colui che dà piena realizzazione alla nostra vita, vero significato di
esistere. Di questo ne ha fatto esperienza anche la grande Teresa d’Avila quando
dice: «Nulla mi manca solo Dio basta». Guai ad aggrapparci a ciò che per
definizione è perituro. I nodi fermi si allentano, le stesse passioni
svaniscono, i beni si dissipano ed è per questo che rimane sempre valido
l'appello evangelico a cercare tesori che non siano consumati da ruggine o
rapinati da ladri. Sono quei valori permanenti che si fondano sull'amore, sulla
giustizia, sulla verità, sul bene: queste sono realtà eterne e trascendenti,
incise nel libro della vita che Dio tiene davanti a sé. Nel tempo che scorre
innestiamo, allora, l'eternità a cui ancorare la nostra esistenza. Qohèlet
distrugge così le nostre care soluzioni a buon mercato, che ci permettono di
vivere come se tutto tornasse perfettamente. Soluzioni umane, da «persone
normali»; ma anche soluzioni che ci vengono dalla fede cristiana, troppo
rapidamente sciorinate senza un'adeguata assimilazione, che comporta sempre una
fatica, una conquista. In tal modo, le grandi risposte cristiane da un lato
funzionano come dei tranquillanti, servendo a calmare una certa ansia;
dall'altro rimangono concretamente ininfluenti perché, non essendo frutto di
cammino personale, non orientano l'esistenza concreta. No, la fede non è un prontuario di ricette preconfezionate. Lasciamoci mettere
in crisi dal Qohèlet: Insomma, che cosa ci viene dal nostro affanno? Soltanto
così potremo metterci in ascolto autentico del Signore, nell'attesa ardente di
una sua parola: «Fa' che ascoltiamo, Signore, la tua voce» ”.
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