Incontro Tabor del 25 marzo 2010 

 

"Morire a se stessi per lasciare spazio al Signore Risorto"

 

 

  

Carissimi Amici viandanti,

durante la terza esperienza dei Pit Stop residenziali abbiamo vissuto il secondo incontro in preparazione alla solennità della Pasqua. La lectio divina che ci è stata offerta, unitamente alla meditazione, era incentrata sul passo del Vangelo di Giovanni capitolo 12 versetti 20-33. Attraverso la meditazione di questo brano, siamo stati invitati a riflettere sul mistero della Passione di Gesù. Diceva S. Agostino che vale più una sola lacrima sparsa meditando sulla Passione di Cristo, che un pellegrinaggio sino a Gerusalemme ed un anno di digiuno a pane ed acqua. Sì, il nostro amante Salvatore ha patito tanto affinché vi pensassimo, poiché pensandovi non è possibile non infiammarsi del divino amore. Gesù da pochi è amato, perché pochi sono quelli che considerano le pene che ha patito per noi; ma chi le considera spesso, non può vivere senza Gesù. Si sentirà talmente stringere dal suo amore che non gli sarà più possibile resistere dal non amare un Dio così innamorato, che tanto ha sofferto per farsi amare.

S. Francesco piangeva nel meditare le sofferenze di Gesù Cristo. Una volta mentre lacrimava gli venne chiesto che problema avesse ed egli rispose che piangeva per i dolori e gli affronti dati al Signore e si dispiaceva nel vedere gli uomini ingrati che non l'amano e non lo pensano.

 

La vita di ognuno di noi deve assomigliare al piccolo chicco di grano di cui ci parla il passo del Vangelo, chiamato a morire a se stesso se desidera portare frutto. Morire a se stessi significa fare ogni giorno sempre di più spazio al Signore nel nostro cuore, abbattere le frontiere dell’egoismo che tante volte ci costringono a rimanere chiusi nel nostro mondo; fare “kenosis” significa riconoscere i propri limiti, la propria piccolezza, il proprio peccato, ovvero riconoscere la propria condizione di creatura bisognosa di ristabilire un legame con il suo Creatore, è questo infatti il primo passo verso la conversione. Spogliare se stessi è condizione indispensabile per rivestirsi di Cristo mediante l’opera della sua grazia e dello Spirito Santo.

Sulla croce noi assistiamo a questo svuotamento di Cristo che: “spogliò se stesso assumendo la condizione di servo” (Fil2,7). Sulla terra Gesù era venuto per portare frutto e l'unica via per portare frutto, ossia per raccogliere i dispersi, è indicata proprio da Gesù nel brano evangelico: "Chi ama la sua vita la perde e chi odia la sua vita in questo mondo, la conserverà per la vita eterna" (Gv 12,25). Suona duro ai nostri orecchi e a volte anche incomprensibile questo linguaggio, ma nello stesso tempo necessario per attualizzare il progetto di Dio. Tutti amiamo conservare la vita, custodirla, preservarla, risparmiarla dalla fatica; nessuno è portato ad "odiarla", come invece sembra suggerire il testo evangelico. Basti pensare alle cure che abbiamo per il nostro corpo e non parliamo di quella ordinaria attenzione per la salute. Sulla croce Gesù ci ha lasciato l’esempio più alto per una vita spesa interamente a servizio dell’uomo. Come restare distanti e freddi di fronte a tale amore? Come dimenticare quest'uomo appeso sulla croce e passare oltre? Come resistere ad una passione così alta che ha portato un uomo a dare tutta la sua vita sino alla morte in croce? Ecco perché Gesù può dire: "Quando sarò alzato da terra attirerò tutti a me!" (Gv 12, 32).

Chiediamo a Gesù in questi ultimi giorni che ci separano dalla Pasqua di fare in modo che il nostro cuore si commuova a contemplare il suo volto sanguinante, per scoprire che l’amore è più forte di qualsiasi altra forza, anche della morte!

 

L’agape fraterna ha concluso il nostro incontro, in una maniera ancor più speciale perché abbiamo festeggiato la laurea del nostro Peppe. Alcuni viandanti sono ritornati a valle mentre altri hanno continuato a rimanere sul monte nella loro “casetta Tabor”.