Incontro di Comunità 19 maggio 2011

"….ero carcerato e vi siete presi cura di Me!"
Durante il nostro incontro di comunità, abbiamo avuto la gioia ed il piacere di ospitare don Franco Esposito, responsabile della pastorale carceraria della diocesi di Napoli.
Il suo intervento, mirato soprattutto a portarci la sua esperienza e la sua testimonianza come cappellano delle carceri di Poggioreale, ha suscitato molto attenzione nei cuori di tutti i viandanti, che per l’occasione hanno avuto modo di consegnare allo stesso don Franco il frutto della loro solidarietà, con la raccolta di materiale utile soprattutto per i fratelli abbandonati nelle carceri.
Don Franco ha sottolineato l’importanza di ''un coraggioso ripensamento del carcere”, ed è emersa l'importanza della "valorizzazione del tempo del carcere quale tempo di espiazione”, ma anche, e soprattutto, di “ricostruzione umana e di riscatto". Tra le tante iniziative in cui è impegnato questo sacerdote insieme alla sua equipe di collaboratori (tutti volontari) vi sono:
la valorizzazione di itinerari formativi per agevolare, al termine della pena, il reinserimento nel mondo del lavoro;
l'opportunità per i detenuti di essere accompagnati nel loro cammino di fede, nonché di essere coinvolti in progetti di solidarietà e carità.
Anche il consiglio permanente dei vescovi italiani, accogliendo diverse istanze formulate da operatori del settore, "ha avviato un approfondimento sulla pastorale carceraria, a partire dalla condivisione di esperienze maturate nei contatti personali dei presuli con tali realtà e segnalando i problemi concreti che affliggono i detenuti e coloro che a vario titolo operano nelle strutture penitenziarie, come i cappellani, i volontari e gli agenti di custodia" - fa sapere la Cei.
Al termine della sua testimonianza, sono emerse alcune domande da parte dei viandanti, suscitate dall’interesse provocato dalle parole di don Franco.
Prima di salutarci ci è stato presentato anche un libro scritto dallo stesso sacerdote sull’importanza della preghiera con e per i carcerati.
Lui stesso ci ha detto: “l’invito a pregare per e con i carcerati nasce da un profondo bisogno di sentirci in comunione con chi, condannato dalla giustizia umana, non cessa di essere membra del corpo di Cristo che è la Chiesa, membra sofferenti e doloranti a causa del male e del peccato, ma proprio per questo bisognosi di particolari cure.
Pregare per questi nostri fratelli è credere nella forza della preghiera che attraversa le mura e le sbarre, per raggiungere i cuori e portare salvezza e guarigione.
Ma non basta pregare per loro: bisogna pregare con loro, si perché nelle carceri c’è una chiesa che prega, che celebra l’Eucaristia, che innalza a Dio invocazioni, lodi, richieste di perdono, ringraziamenti, che presenta le attese, le ansie, le speranze di una umanità sofferente. E’ in questa preghiera che tutta la comunità cristiana deve inserirsi, facendo proprio il balbettio del pubblicano al tempio: “abbi pietà di me peccatore” e prendendo le distanze dalla preghiera del fariseo, che si erge a giudice del fratello nel momento più sacro dell’incontro col Padre.
Pregare con i carcerati significa prendere su di sé il male, sentirsi uno di loro, desiderare di espiare la “pena” con loro, e non parliamo della pena conseguenza del giudizio degli uomini, ma della Pena con la P maiuscola, che è il dolore di quando si prende coscienza del male commesso.
Niente ci avvicina alla preghiera redentrice di Gesù sulla Croce come la preghiera con i carcerati.
Questo libretto, che è una raccolta di preghiere, non vuole certo limitare la spontaneità e la creatività che lo Spirito suscita in ogni preghiera, ma al contrario vuole condurre alla stanza del segreto nella quale ogni uomo può incontrare Dio e stare con Lui cuore a cuore, “e il Padre tuo che vede nel segreto ti ricompenserà”. Queste preghiere nascono dall’ascolto della vita di tanti fratelli carcerati, che sentono forte, in questo tempo della loro vita, il bisogno di rivolgersi costantemente al Padre, ma che come il Pubblicano al tempio non hanno nemmeno la forza di alzare il capo.
Le avversità della vita, le proprie debolezza, il giudizio implacabile degli uomini, i fantasmi del passato sono gli ostacoli che impediscono, in modo particolare a questi nostri fratelli e non solo a loro, una preghiera serena, ma nello stesso tempo possono diventare la farina da impastare con l’acqua del Vangelo e cuocere al fuoco dello Spirito, affinché diventi pane, nutrimento per una preghiera vera con cui quotidianamente saziare la fame di vita, che il tempo del carcere fa sentire in modo forte e drammatico.
“Insegnaci a pregare” è l’invocazione che i discepoli fanno al maestro, è la prima preghiera vera che nasce dal cuore degli amici di Gesù, un cuore assetato di comunione con il Padre, ricco di misericordia, che Gesù è venuto a rivelarci. Vogliamo fare nostra questa invocazione, vogliamo sentirci tutti carcerati, perché chiusi in tante prigioni che ci portiamo dentro, ma nello stesso tempo sentirci tutti liberi, perché tutti figli dell’unico Padre, che in Gesù ci ha rivelato la sua volontà “che nulla vada perduto”.
Sentiamo di ringraziare fortemente questo sacerdote per il particolare incarico che gli è stato affidato e, nel contempo, ci impegniamo a pregare per lui e con lui, affinché sempre illuminato e sostenuto dallo Spirito Santo, continui a portare su di sé questa drammatica piaga che tanto affligge la nostra società, ma che ci ricorda ancora una volta il vero e unico sacrificio fatto da Gesù: prendere su di sé i peccati di tutti i peccatori!
Al termine, c'è stata la premiazione delle tre squadre vincitrici del FantaTabor: prima classificata, la squadra newentry Red devils di Alfredo e Salvatore! Grazie a tutti coloro che vi hanno preso parte anche per questa terza edizione!
Abbiamo poi concluso il nostro incontro con il momento dell’agape, fonte di aggregazione e di comunione con tutti i fratelli viandanti, ma non prima di aver ringraziato Angela Ricco, che ha ceduto il posto ai cari Sabina e Alfredo nel compito di responsabilità di questo gioviale e nutrito momento!!!