Incontro di comunità 1 giugno 2011

“Noi, una chiesa di chiamati”
A cura di Emilia Della Monica
Quasi alla fine dell’anno pastorale, la nostra comunità Tabor è lieta di ospitare, anzi ri-ospitare, don Giovanni Borrelli, padre spirituale di don Fabio e quindi nonno spirituale dei viandanti. Padre Giovanni ringrazia il Signore e don Fabio per essere stato "chiamato" ad essere in mezzo a noi, introducendo così il tema della catechesi ovvero “la chiamata”.
Parlando di chiamata, di vocazione, viene subito da pensare ai consacrati, invece ognuno di noi è un chiamato; la chiamata è la realtà di ogni uomo, sia esso un consacrato o un laico, uomo o donna; fin dalla nascita siamo chiamati ad essere soggetti di un progetto divino, che dà alla nostra esistenza il senso pieno dell’amore di Dio, che realizza il dono stesso della vita; la chiamata a … è un atto di affidamento, se Dio ci chiama vuol dire che si fida di noi e ci affida un compito di vita; la chiamata in quanto tale presuppone una risposta, per questo occorre un grande senso di umiltà per capire cosa Dio vuole da noi… nella nostra vita dobbiamo mettere da parte il nostro ego per affidarci totalmente nelle Sue mani, occorre fare silenzio perché Lui possa parlare senza fraintendimenti.
Dio chiama sempre, non smette mai di parlare al cuore e alla mente degli uomini, ma non sempre trova cuori e menti disposti ad ascoltarlo e a donargli il proprio unico ed irripetibile “sì”. L’uomo, in generale, ha difficoltà a porsi in ascolto, mette in primo piano la sua pseudo libertà di scelta, pensa che Dio ponga dei limiti al suo immenso ego; l’odierna società civile dà scarso rilievo all’appello che ci viene da Dio e, in senso più generale, alle esigenze dello spirito, salvo poi dichiararsi favorevole alla crescita della dignità umana, percorrendo strade e scegliendo mezzi contrari ai progetti di Dio. In effetti il rapporto tra Dio e l’uomo è un confronto tra due libertà: tra la libertà di Dio, che si dona e quella dell’uomo, che è chiamato a rispondere al dono; tra la fedeltà assoluta di Dio e una libertà vacillante da parte dell’uomo segnata dalla ribellione e dalla resistenza.
Sollecitato dalla “chiamata” divina, in forza di una specifica missione affidata dal suo Creatore e Salvatore, l’uomo risulta credibile agli occhi di Dio se sa trascendere i propri limiti creaturali; Dio è “colui che chiama” (Rm 9, 12; Gal 5, 8) ed i cristiani sono dei “con-vocati” per essere chiesa (EK-KLESIA cioè CON-VOCAZIONE) di Dio Padre in Gesù Cristo, per mezzo dello Spirito Santo. La Chiesa non è pertanto una semplice società umana organizzata sapientemente ed efficientemente per mezzo della creatività degli uomini, ma una comunità vocazionale (1 Cor 12, 1-11), il luogo in cui ognuno vive la coscienza di un dono singolare al servizio della comune utilità. Padre Giovanni stasera fa tautologia, dice che siamo “chiamati ad essere Chiesa”, cioè un insieme di persone che si riunisce intorno alla Parola, compie dei gesti (Sacramenti) e vive in comunione d’amore; siamo quindi Chiesa quando c’è l’Eucaristia e la liturgia delle ore, non a caso in ogni preghiera eucaristica la Chiesa invoca l’azione dello Spirito Santo, per chiedere il dono dell’unità e della pace. La preghiera Eucaristica travalica i confini dello spazio e del tempo. Padre Giovanni ribadisce il concetto dell’ "essere" Chiesa, dice che cinque persone intorno ad un presbitero sono Chiesa; essere Chiesa vuol dire comunione, una comunità di credenti che vivono insieme la loro fede in Cristo Risorto, dove ognuno possa realizzare in pieno il progetto della propria vocazione al servizio del prossimo, dove l’amore è il fondamento pregnante di ogni scelta di vita; basta, leggevo tempo fa, con il modello di chiesa-santuario, dove si va solo per andare a messa, ma dove non si conosce e non si saluta nessuno; una Chiesa così è una Chiesa a porte chiuse, come erano gli apostoli dopo la Pasqua, ma con la Pentecoste, lo Spirito Santo ci permette di vivere in pienezza la fede, per farci Chiesa, per farci tutti missionari che vivono nell’Amore all’interno di una famiglia più larga, perché non si può essere, infatti, cristiani “da soli”: la fede si vive sempre in compagnia!
Nel vangelo di Giovanni, Gesù dice: “da questo tutti sapranno che siete miei discepoli: se avrete amore gli uni per gli altri”. Ma padre Giovanni, in questo incontro, ci fa cogliere un nuovo aspetto comunitario dell’amore: Dio ama attraverso di noi, siamo un mezzo di trasmissione dell’Amore del Padre. Nell’omelia di domenica, giorno di Pentecoste, don Fabio riprenderà il “concetto”, ribadendo che in questa solennità ad ognuno è affidato un compito, cioè mostrare Dio all’umanità, la gente dovrebbe vedere Dio per mezzo nostro, una responsabilità troppo grande considerate le nostre miserie quotidiane! Ma il Vangelo deve essere annunciato, esso riguarda tutti i battezzati e, proprio come fecero gli apostoli, ognuno deve portare la propria esperienza, ognuno non deve far mancare la propria parte di responsabilità. In questo ci viene in aiuto lo Spirito Santo, che conoscendo la nostra umanità, viene a darci sostegno, d’altronde è proprio lo Spirito Santo che guida la Grande Madre Chiesa da 2000 anni a questa parte, portando avanti l’opera del Signore.
Padre Giovanni ci rincuora affermando che non esiste la comunità ideale, qualunque sforzo facciamo per fare comunione non è mai abbastanza, bisogna sempre ricominciare da capo, in fondo - dice - ogni realtà cristiana si edifica sulle debolezze umane. Ognuno ha il compito di costruire comunione, il primo posto è la famiglia, “la chiesa domestica” e, come diceva san Giovanni Crisostomo, “fate della vostra famiglia una chiesa!”. I cristiani devono darsi da fare all’interno delle aggregazioni umane non ecclesiali, sul posto di lavoro, ad esempio, ed in essi scoprire i semi di comunione, gli atti di bene, soprattutto con chi non crede; occorre essere testimoni di vita, le prediche - dice don Giovanni - lasciamole a chi ha il compito di farle.
E’ il momento del dibattito, don Fabio avendo letto il passo evangelico At 2, 42-45 relativo alla prima comunità cristiana, chiede a padre Giovanni se ritiene ancora possibile, e quali possono essere i mezzi per attuare la chiesa secondo le indicazioni delle prime comunità. La risposta è naturalmente positiva: la realizzazione di una vera comunità cristiana parte dalla famiglia, dalla preghiera, da una comunità che si rinsalda intorno alla Parola. Ai tempi delle prime comunità, i cristiani erano pochi, padre Giovanni si domanda se il Signore non stia facendo diminuire il numero dei credenti per creare una Chiesa più consapevole, dove meglio identificarsi.
Silvana interviene chiedendo che, se la comunione con l’altro è espressione della Santa Trinità, in quanto fra gli uomini deve esserci quella comunione che c’è tra il Padre (colui che ama), il Figlio (l’amato) e lo Spirito Santo (l’amore), il non fare comunione è un limitare della libertà personale? Padre Giovanni ribadisce che bisogna sentirsi privati della propria libertà, quando non si è in comunione con i fratelli, in quanto siamo stati creati proprio per questo. Per vivere, abbiamo bisogno di mangiare, eppure non ci sentiamo costretti e limitati dal nostro bisogno o dal cibo stesso, un esempio calzante per farci capire che la nostra libertà trova fondamento nell’abbandono all’Amore del Padre, il quale rispetta l’uomo e le sue scelte, il suo rivolgersi all’uomo è sempre un invito: se vuoi … il verbo dovere è usato come conseguenza di una scelta già operata: "se vuoi, allora devi"… Per poi essere sempre pronto a darci un’altra possibilità!
Termino con una parabola che prende spunto da una battuta di uno dei sette monaci di Tibhirne, nel film Uomini di Dio: “Siamo come uccelli sul ramo, non sappiamo se e dove voleremo”.
I cristiani che si fanno portatori del Vangelo sono straordinariamente indifesi in mezzo agli orrori del mondo. Come uccelli sul ramo, possono confidare soltanto sull’aiuto di Dio. La pressione delle potenze mondane li spinge a volare, a lasciare il campo e a scegliere il nascondimento. I segni dell’amore di Dio li incoraggiano a restare e a giocare qui ed ora la loro vita (da “Perché amare ancora questa chiesa?” di Luigi Accattoli).