Il rapporto tra padre e figlio spirituale nelle dinamiche che attiva.
Vorrei limitarmi a qualche indicazione di fondo. Anzitutto la rinuncia alla propria ragione e alle proprie ragioni. La regola di fondo si può ridurre a questo: nessuno di noi, per quanto desideri il Signore, per quanto desideri il paradiso, per quanto desideri l’amore di Dio, ha il coraggio di lasciare completamente se stesso. Noi desideriamo il frutto che verrebbe dopo aver lasciato completamente se stessi: chi è che non vuole avere un cuore completamente puro, chi è che non desidera avere un cuore talmente pieno d’amore da poter incendiare il mondo? Ma le condizioni per arrivare a questo, siamo disposti a viverle? Soprattutto per noi occidentali ciò che sembra quasi impossibile fare è rinunciare contemporaneamente alla nostra ragione e alle nostre ragioni. Ad esempio, se uno mi incontra per strada e mi dà del cretino, io mi arrabbio, perché mi sento offeso, ma, ricordandomi del comandamento evangelico, cercando di essere generoso, non contrattacco. Se però lo incontro una seconda volta e questi mi rincara la dose, farò una fatica enorme ad osservare il comandamento “non adiratevi… siate miti con tutti”. Normalmente, se vogliamo seguire il Signore, la soluzione la cerchiamo nell’ordine dello sforzo cercando di compattare la propria volontà su quell’obiettivo. Per quanto però ci sforziamo di compattarci, il massimo risultato sarà di non rispondere male, ma tenere il cuore pulito ci sarà impossibile, e non perché il nostro cuore non abbia la possibilità di accedervi, ma perché sceglie la via sbagliata.
Il padre spirituale, invitandovi a procedere nella via di Dio, vi dirà in concreto come rinunciare alla vostra ragione e alle vostre ragioni. Se discutiamo con le nostre ragioni, saremo sempre prigionieri del nostro cuore, ma di un cuore asservito al male, non di un cuore libero. Per noi fare questo salto è veramente difficile. Pensate soltanto al nostro senso di importanza. Noi possiamo sopportare molte ingiustizie materiali; ci possono derubare, offendere… ma sentire che non valiamo niente e non contiamo per nessuno, non ci va giù in assoluto. Pensate al comandamento: “ritenetevi inferiori a tutti, stimate gli altri superiori a voi”. Ma è realmente possibile agire così? Eppure senza agire così, la porta di accesso alla libertà del cuore non si trova. Allora, o ci fidiamo totalmente delle Scritture e dei Padri (e i Padri sono coloro che ci dicono in concreto come praticare i comandamenti) oppure ci dobbiamo fidare di una persona che, in nome di Dio, ci porta là dicendoci: fai così e così, senza ragionamenti. L’obbedienza è lo spazio fecondo in vista del compimento di una promessa alla quale abbiamo aperto il cuore. Ma il primo vero sforzo di un cammino spirituale resta quello di ottenere quel salto qualitativo interiore: tutti i riferimenti di natura psichica devono essere lasciati per dei riferimenti di natura spirituale. E questo ci costa l’anima ed è per questo che tardiamo tanto ad incamminarci veramente nella via di Dio!
Cosa avviene quando uno vive in tale obbedienza? Consideriamo il caso, tipico in una certa tradizione, di un discepolo che vive con il suo padre spirituale. Agire in totale obbedienza al proprio padre nel senso quieto, dolce, profondo del termine, crea libertà interiore. E’ una cosa strana, ma così facendo si perde ogni riferimento di importanza personale: non ci interessa più la nostra faccia! E se non ci interessa più la nostra faccia, allora possiamo veramente cercare la gloria di Dio, e quando cerchiamo la gloria di Dio per davvero, il cuore resta libero. Proprio come dice Gesù: “E come potete credere voi che prendete gloria gli uni dagli altri, e non cercate la gloria che viene da Dio solo?” (Gv 5,44). Ora, cosa vuol dire cercare la gloria di Dio? Dio non dà a nessuno la sua Gloria! (cfr. Is 42,8). A volte, gli antichi crocefissi, invece dell’iscrizione “I.N.R.I.”, portano la dicitura “Re della Gloria”. Perché? Perché la gloria non è che la testimonianza, lo splendore dell’Amore di Dio che non può essere soffocato da niente e da nessuno, nemmeno dall’ingiustizia più crudele; anzi, è proprio lì che si può manifestare con più vigore la gloria di Dio. Ed è a quella gloria che il nostro cuore aspira perché è fatto a immagine di Dio. Noi abbiamo paura di essere fregati: la paura folle è che anche Dio ci freghi. E’ come se noi pensassimo che Dio è geloso e non vuole che siamo contenti e per questo ci chiede il sacrificio di noi stessi! Quale stoltezza! Ma questo pensiero è talmente annidato nelle pieghe del nostro cuore che insidia subdolamente anche tutti i rapporti fraterni.
Quale via di Dio per noi?
Se mi sento attratto da una persona è perché intuisco che nell’incontro con lei il mio cuore riceve il compimento di quello che desidera (e questo è bello!). Ma se poi io mi servo dell’altro per colmare il mio bisogno, per cercare la mia felicità, io non sono più capace di amare e se non amo, non posso più trovare la felicità e resto fregato… e l’altro ancor di più. E’ una legge costante, nella vita sentimentale e nella vita spirituale, con gli uomini e con Dio. L’uomo soffre immensamente di questa situazione. Anche nel cammino spirituale con Dio si attiva lo stesso meccanismo. Come venirne a capo? Se non si è accompagnati da qualcuno che abbia già conosciuto e la sofferenza di questa situazione e la via d’uscita, tutto è tremendamente complicato e l’uomo alla fine si arrende.
E’ strano come noi immaginiamo l’amore e l’incontro con Dio; ci attendiamo una ‘beatitudine’ in cui stare come rapiti. Invece, tutte le grandi realtà della vita comportano un aspetto angosciante, non nel senso di un’oppressione mortificante, ma nel senso di una partecipazione drammatica, di una solidarietà nel patimento di ingiustizie e sofferenze. Dio non vive un amore ‘beatificante’ nei nostri confronti, eppure è appassionato e totale nella sua benevolenza. E’ l’amore dell’angoscia santa di Gesù: “sono venuto a portare il fuoco sulla terra; e come vorrei che fosse già acceso! C’è un battesimo che devo ricevere; e come sono angosciato, finché non sia compiuto!” (Lc 12,49). La missione alle genti della Chiesa vive proprio degli echi di questo grido che attraversa il mondo e la storia. E’ la stessa tensione apostolica, identica alla tensione del desiderio di Dio, compiuto da Gesù e comunicato dallo Spirito Santo; è la stessa tensione dei cuori che, mentre sono condotti a Dio, sono guidati a diventare solidali con l’umanità finché il regno di Dio si compia, finalmente. La tensione di una gioia che non si dà pace finché tutto in noi e tutti, fino agli estremi confini della terra, vivano la stessa realtà. Non può esistere un amore che non solidarizzi con la sofferenza di chi subisce l’ingiustizia. Ma quale cuore non subisce ingiustizia o violenza? La via di Dio è proprio quella che allarga la capacità dei cuori di vivere questa solidarietà stabilmente, nel profondo, in modo che tutto ciò che di cattivo e di avverso ti sopraggiunge non ti sposti più, non ti vanifichi la ‘perfetta letizia’, segno di quella gloria di Dio che risplende al di sopra di tutto.
Di fronte al dubbio…una scelta di campo.
Quando siete tormentati dai dubbi, dalle resistenze interiori, dall’inettitudine, dalla debolezza, come reagire, come uscirne? La tradizione insegna: “per le preghiere del mio padre”! E’ sufficiente. Non fare leva su nient’altro. Questo affidamento è gradito a Dio e ci ottiene la grazia. Spesso voler vincere un difetto o superare una contraddizione si risolve più in vanità personale che in un sincero amore. Spesso la nostra preghiera non funziona, perché è vissuta come lo strumento per vincere il nostro dubbio o il nostro peccato. E se proprio Dio volesse farci attendere? Quando ti affidi al tuo padre (‘per le preghiere del mio padre’) è come se ti consegnassi, ti fidassi della provvidenza di Dio per te… e sei nella pace, anche quando triboli. Potremmo porci la domanda nel seguente modo: da che parte vuoi stare? Io sto dove sta il mio padre, io sto con lui, nonostante tutto. La grazia non tarderà.
Non fare nulla senza la benedizione del tuo padre.
Si pensa comunemente che per credere non bisogna ragionare. Sarà anche vero, ma sicuramente bisogna riflettere molto, pensare tanto. Noi pensiamo troppo poco, diamo per scontate molte cose della nostra vita e in modo stupido. Il nostro cuore non beve tutto, ha molti motivi di riflessione. Esercitiamoci nella consegna della fede nella linea che indicano i padri o il tuo padre spirituale, e ci accorgeremo che il nostro modo di riflettere acquisterà una luminosità che ci scoprirà continuamente cose nuove nella vita, che prima non vedevamo.
Ora non siamo più abituati, nessuno ce lo insegna più e nemmeno forse saremmo pronti ad accettarlo, ma poterci disporre in obbedienza al punto da non fare nulla senza la benedizione del proprio padre, ci libererebbe spazi interiori incredibili. Nella nostra tradizione, spesso prima di fare un’azione si insegnava a fare un segno di croce o pronunziare una benedizione. Qual era il senso? Ogni realtà della vita si presenta come piatta, dentro un guscio. La croce spezza quel guscio e ti fa entrare nei significati più reconditi e misteriosi, assai più consistenti, della vita e del nostro cuore. Se si agisce così e per ogni azione che facciamo, per ogni pensiero che sorge, chiediamo questa benedizione, si apre un mondo completamente nuovo, spazioso, dove si rinnovano le energie del cuore. Di questo abbiamo oggi bisogno nel cammino spirituale, credo sia questo ciò che più di tutto cerchiamo.
TRATTO DA VARIO MATERIALE REPERIBILE IN RETE