Orvieto
La città di Orvieto, in simbiosi con la rupe di tufo su cui sorge, è un eccezionale esempio d’integrazione tra natura ed opera umana. Come cita l’iscrizione apposta sul pozzo di San Patrizio “quod natura munimento inviderat industria adiecit”.
Questa enorme piattaforma in tufo brunastro, che si solleva dai venti ai cinquanta metri dal piano della campagna, fu creata dall'azione eruttiva di alcuni vulcani, che depositarono un'enorme quantità di materiali.
In uno spazio fisico ristretto, si trovano concentrate tracce di ogni epoca, lungo tre millenni.
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veduta aerea - città di Orvieto
Uno degli aspetti che rendono unica ed eccezionale questa città millenaria quasi sospesa tra cielo e terra è un dedalo di grotte nascosto nell’oscurità silenziosa della rupe. La particolare natura geologica del masso su cui sorge ha consentito agli abitanti di scavare, nel corso di circa 2500 anni, un incredibile numero di cavità che si stendono, si accavallano, si intersecano al di sotto del moderno tessuto urbano, un incredibile numero di cavità artificiali che danno vita ad un intricato labirinto di cunicoli, gallerie, cisterne, pozzi, cave e cantine. Nel sottosuolo si è, da sempre, cercata la soluzione ai problemi che l'insediamento sulla rupe comportava: la ricerca dell'acqua ed il mantenimento degli alimenti. Il microclima riscontrabile nelle cavità ha consentito la conservazione di derrate e liquidi, primo fra i quali il vino; basti pensare che uno dei nomi con i quali Orvieto era conosciuta nell'antichità fosse oinarea ("dove scorre il vino") e ancora oggi l'Orvieto, il “vino di papi e re”, è famoso nel mondo.
Le viscere orvietane conservano memoria degli abitanti che si sono, nei secoli, succeduti sulla rupe. Se l’aspetto “superficiale” della città è ovviamente mutato con il passare del tempo, le strutture ipogee che le sono state funzionali sono rimaste, in buona parte, intatte.
Un gruppo di speleologi orvietani a partire dagli ultimi anni settanta condusse l'esplorazione del sottosuolo cittadino, portando alla luce più di 1200 cavità artificiali. Un noto archeologo ipotizzò che le grotte fossero in realtà saggi di scavo archeologico.
La scoperta dei sotterranei ha messo in luce alcuni importantissimi reperti: una lunga serie di cisterne che vanno da quelle etrusche del V secolo a.C. a quelle medioevali ed a quelle, grandissime, del periodo rinascimentale.
Le cantine rappresentano la maggioranza dei sotterranei. Ma sono visibili anche i colombari, le cave di pozzolana (ottimo materiale edile), un intero frantoio medievale per le olive, completo di macine, pressa, focolare, mangiatoie per gli animali addetti alle macine, condutture per l'acqua e cisterne.
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cunicolo etrusco cantina
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colombaio
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frantoio cava di pozzolana
E nella suggestiva grotta del mulino è addirittura possibile celebrare matrimoni!
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grotta del mulino
Nel celebre quartiere della Cava, cuore della città medievale, si trova un suggestivo complesso ipogeo di grotte ricche di ritrovamenti archeologici etruschi, medievali e rinascimentali. La struttura più importante del percorso è, indubbiamente, il pozzo della Cava, profondo 36 metri. Esso fu scavato tra il 1528 ed il 1530 dietro commissione di papa Clemente VII con l’intenzione di allargare un pozzo etrusco esistente le cui tracce sono tuttora visibili.
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pozzo della Cava
Il pavimento è ricoperto di fango e argilla ed è dotato di un solco che, con ogni probabilità, serviva per far scorrere l'acqua del pozzo. Alla base del cunicolo sono stati trovati 5 fori disposti ad intervalli regolari che servivano, forse, per ospitare un macchinario per sollevare l'acqua.
Il pozzo restò aperto fino al 1646 fino a che le autorità comunali non ne ordinarono la chiusura, come testimonia una lapide originariamente collocata sulla via ed ora custodita in una delle nove grotte che costituiscono il percorso di visita al pozzo.
Una leggenda narra che sia stato chiuso perché vi erano stati gettati 5 ufficiali francesi, per violenza a donne del quartiere della Cava. Altre ipotesi vogliono far risalire la chiusura alla guerra di Castro, durante la quale l'intera Via della Cava fu trasformata in fortificazione, murando tutte le aperture e i vicoli che vi si affacciavano.
Solo negli anni 80 del ‘900 il pozzo fu “scoperto” durante dei lavori di ristrutturazione, ma solamente fino ad una profondità di 25 metri.
È del 1999 la scoperta che il primo pozzo di Orvieto è il Pozzo della Cava e non quello ben più famoso di San Patrizio.
Tra il 1985 e il 2004 sono state riscoperte anche le grotte attorno al pozzo, con le loro cantine, i loro butti (pozzi utilizzati per gettare ossa e rifiuti solidi inorganici), le fornaci.
Il ritrovamento delle due fornaci, una medievale ed una rinascimentale, avvenuto nel 1985, ha dimostrato che Orvieto ha prodotto maiolica anche nel ‘400 e nel ‘500, ritenuti sino ad allora i secoli bui della ceramica orvietana. È altresì visibile una tomba etrusca scavata nel tufo con tanto di giaciglio per il defunto ed alcuni fori laterali. In seguito, la tomba è stata probabilmente trasformata in un follone, ossia un marchingegno usato nel medioevo per lavorare i tessuti.
Tra i reperti etruschi non può poi essere dimenticata la cisterna: uno scavo per la raccolta dell’acqua piovana dai tetti delle abitazioni. Questa cisterna ha subito una modifica nel Medioevo, venendo inglobata nello scavo per accedere ad alcuni locali collocati al secondo piano sotterraneo ed adibiti già da allora a cantine; è tuttora visibile (e 'funzionante') la scalata con i tipici 'scendibotte', ovvero una coppia di scivoli laterali usati per far rotolare in basso le botti.
L'ultima grande grotta del Pozzo
della Cava diventa, dall’antivigilia di Natale alla domenica successiva
all’Epifania, diviene il suggestivo scenario di un presepe, allestito con
personaggi animati a grandezza naturale, un appuntamento giunto ormai alla 21ª
edizione.
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natività - Pozzo della Cava
Quando nel 1527, ai tempi del sacco di Roma, papa Clemente VII si rifugiò nella città di Orvieto, temendo la furia dei Lanzichenecchi, volle rendere la città autosufficiente in caso di assedio prolungato, così ordinò la costruzione di cisterne e pozzi per assicurare alla città un'autonomia idrica. Il più importante doveva essere quello a servizio della Rocca. Il progetto fu affidato ad Antonio da Sangallo il Giovane, architetto di fiducia del Papa. Questi disegnò una doppia scala a chiocciola che permettesse di raggiungere la polla d’acqua costantemente alimentata dalla fonte di San Zeno.
Questo esempio di audacia ingegneristica è lungo 53,15 metri e largo 13,40 metri.
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È percorso da due scalinate a spirale illuminate da 72 finestroni centinati e sovrapposti. Le scale, formate da 248 scalini permettevano la discesa e la risalita di intere colonne di muli carichi di otri d’acqua. I lavori di costruzione durarono ben 10 anni, difatti terminarono quando il papa era ormai già morto.
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Intorno ad esso subito sorsero leggende legate alla discesa negli inferi. Difatti la profonda cavità richiamò alla mente il mito ancor vivo nel Cinquecento del Purgatorio di San Patrizio, la caverna irlandese che immetteva negli inferi. La leggenda narra che Dio stesso indicò il luogo a San Patrizio, impegnato nell’opera di evangelizzazione dell’isola, per aiutarlo a vincere l’incredulità degli irlandesi riguardo alle pene dell’oltretomba; il Signore assicurò al santo che chiunque si fosse trattenuto un giorno ed una notte nella caverna avrebbe ottenuto la remissione dei peccati. Proprio per questo, da allora il luogo assunse il nome di pozzo di San Patrizio. Solo successivamente, l’espressione “pozzo di San Patrizio” ha preso ad indicare una riserva misteriosa e sconfinata di ricchezze.
“pensino ora i miei venticinque lettori” che anche per questo mese la visita guidata è giunta al termine! ARRIVEDERCI