"Sull'eutanasia"
Salmo 37 (36), 23-24, 39
Il Signore fa sicuri i passi dell'uomo
e segue con amore il suo cammino.
Se cade, non rimane a terra,
perché il Signore lo tiene per mano.
...
La salvezza dei giusti viene dal Signore,
nel tempo dell'angoscia è loro difesa.
Una definizione completa e precisa -
abitualmente citata anche da autori che non ne condividono le valutazioni etiche
concomitanti - si trova nella Dichiarazione sull’eutanasia "Iura et bona",
pubblicata dalla Congregazione per la Dottrina della Fede il 5 maggio 1980, al
n. 6: "Per eutanasia s’intende un’azione o un’omissione che di natura sua, o
nelle intenzioni, procura la morte, allo scopo di eliminare ogni dolore.
L’eutanasia si situa, dunque, al livello delle intenzioni e dei metodi usati".
La medicina e la scienza, grazie ai loro progressi, sollevano una domanda che è davvero nuova: si ha diritto a morire quando la vita, segnata da una malattia incurabile, diviene un fardello di dolore insostenibile, se vissuta in uno stato di incoscienza per cui si sopravvive in condizioni vegetative permanenti?
Il salmo di cui sopra riguarda proprio la fede e la speranza che viene riposta
in Cristo; Egli tramite la Sua vita, morte e risurrezione, ha dato un nuovo
senso alla nostra vita e soprattutto alla morte. Per i cristiani la vita umana è
sacra, dal momento del concepimento al suo ultimo istante, essa è un dono
dell'amore di Dio, che siamo chiamati a conservare, in quanto non è un bene in
nostro possesso. San Paolo scrive:
"...se
noi viviamo, viviamo per il Signore, se noi moriamo, moriamo per il Signore. Sia
che viviamo, sia che moriamo, siamo dunque del Signore"
(Rm 14,8) .
Abbiamo il dovere di conformarci al disegno di Dio, di accettare pienamente ciò
che ci è dato, tenendo sempre presente che Dio ci ama come suoi figli e ci sarà
sempre di conforto e di aiuto fino al raggiungimento della piena perfezione
della vita eterna.
Il suicidio è dunque inaccettabile, un simile atto da parte nostra segna il
rifiuto della sovranità di Dio e del Suo progetto su di noi. Niente e nessuno
può autorizzare l'uccisione di un essere umano innocente, anche se il dolore
prolungato e insopportabile o ragioni di ordine affettivo convincono qualcuno a
ritenere di poter legittimamente chiedere la morte o procurarla ad altri.
L'ammalato ha sì bisogno di cure mediche, ma ha anche bisogno di amore, l'unico
farmaco che possa aiutarlo al meglio in questo percorso doloroso e che non lo
faccia mai sentire preda della solitudine e dell'angoscia. Il dolore fisico fa
parte della nostra condizione umana, altrettanto umano è il desiderio di
eliminarlo, non dimentichiamo che anche Cristo ha rivelato pienamente la
Sua natura umana, mentre era in preghiera nell'orto degli ulivi e chiedeva al
Padre di allontanare da Lui quel calice di dolore. Secondo la dottrina cristiana
il dolore si veste di un particolare significato nel piano salvifico di Dio:
esso è un partecipare alla Passione di Cristo.
Senza dubbio è fondamentale anche tutelare la dignità umana nei confronti di un
ricorso smodato a tecniche che hanno troppo il sapore dell'accanimento
terapeutico. Si parla infatti di "diritto alla morte" non intendendo però il
diritto di autodeterminazione nel procurarsi la morte, ma il diritto di morire
sereni, con dignità umana e cristiana.
Da questo punto di vista, l'uso dei mezzi terapeutici a volte può sollevare
problemi di ordine etico, si dovrà sempre ricorrere ad ogni rimedio possibile?
Qual è la linea di demarcazione fra mezzi proporzionati e non? Se la morte è
inevitabile, è lecito rinunciare a trattamenti che procurerebbero solo un
prolungamento della sofferenza?
Sono domande a cui è difficile rispondere, ricordiamo però che la maggior parte
dei malati gravi non desidera suicidarsi, ma compiere l'intero ciclo della vita
per godere ancora degli affetti e delle cose belle che comunque ed in qualsiasi
situazione la vita è capace di riservarci. La più parte dei pazienti che vedono
la morte come unica fuga dalla sofferenza che provano sono quelli che al dolore
fisico provano anche un dolore morale.
Dal punto di vista giuridico in Italia l'eutanasia si configura come un reato di
omicidio del consenziente (art 577 codice penale) e di istigazione o
aiuto al suicidio (art 580).
Compito dei medici e di tutti gli operatori sanitari non è procurare la morte al
sofferente, ma di alleviare il dolore fisico e spirituale, come è ben chiarito
anche dal giuramento di Ippocrate: "Io non darò a nessuno alcun farmaco
mortale, neppure se richiestomi, né mai proporrò un tale consiglio".
Dall'enciclica “Evangelium vitae” di papa Giovanni Paolo II: "Anche
se non motivata dal rifiuto egoistico di farsi carico dell'esistenza di chi
soffre, l'eutanasia deve dirsi una falsa pietà, anzi, una preoccupante
perversione di essa: la vera compassione infatti rende solidale col dolore
altrui, non sopprime colui del quale non si può sopportare la sofferenza"...
Preghiera
O Maria,
aurora del mondo nuovo,
Madre dei viventi,
affidiamo a Te la causa della vita:
guarda, o Madre, al numero sconfinato
di bimbi cui viene impedito di nascere,
di poveri cui è reso difficile vivere,
di uomini e donne vittime di disumana violenza,
di anziani e malati uccisi dall'indifferenza
o da una presunta pietà.
Fa’ che quanti credono nel tuo Figlio
sappiano annunciare con franchezza e amore
agli uomini del nostro tempo
il Vangelo della vita.
Ottieni loro la grazia di accoglierlo
come dono sempre nuovo,
la gioia di celebrarlo con gratitudine
in tutta la loro esistenza
e il coraggio di testimoniarlo
con tenacia operosa, per costruire,
insieme con tutti gli uomini di buona volontà,
la civiltà della verità e dell'amore
a lode e gloria di Dio creatore e amante della vita.
Bibliografia:
- Dichiarazione sull'eutanasia della Sacra Congregazione della dottrina
della fede;
- "Salvaguardia e rispetto della vita" del Congresso della pontificia Accademia
della vita;
- Bioetica, Emilia D'Antuono.
- Lettera enciclica “Evangelium Vitae” 1995 Giovanni P. II