Morire è un diritto?
Dal libro della Sapienza capitolo 1
Amate
la giustizia, voi che governate sulla terra,
rettamente pensate del Signore,
cercatelo con cuore semplice.
Egli infatti si lascia trovare da quanti non lo tentano,
si mostra a coloro che non ricusano di credere in lui.
I
ragionamenti tortuosi allontanano da Dio;
l'onnipotenza, messa alla prova, caccia gli stolti.
La sapienza non entra in un'anima che opera il male
né abita in un corpo schiavo del peccato.
Il santo spirito che ammaestra rifugge dalla finzione,
se ne sta lontano dai discorsi insensati,
è cacciato al sopraggiungere dell'ingiustizia.
La sapienza è uno spirito amico degli uomini;
ma non lascerà impunito chi insulta con le labbra,
perché Dio è testimone dei suoi sentimenti
e osservatore verace del suo cuore
e ascolta le parole della sua bocca.
Difatti lo spirito del Signore riempie l'universo
e, abbracciando ogni cosa, conosce ogni voce.
Per questo non gli sfuggirà chi proferisce cose ingiuste,
la giustizia vendicatrice non lo risparmierà.
Si indagherà infatti sui propositi dell'empio,
il suono delle sue parole giungerà fino al Signore
a condanna delle sue iniquità;
poiché un orecchio geloso ascolta ogni cosa,
perfino il sussurro delle mormorazioni
non gli resta segreto.
Guardatevi pertanto da un vano mormorare,
preservate la lingua dalla maldicenza,
perché neppure una parola segreta sarà senza effetto,
una bocca menzognera uccide l'anima.
Non provocate la morte con gli errori della vostra vita,
non attiratevi la rovina con le opere delle vostre mani,
perché Dio non ha creato la morte
e non gode per la rovina dei viventi.
Egli infatti ha creato tutto per l'esistenza;
le creature del mondo sono sane,
in esse non c'è veleno di morte,
né gli inferi regnano sulla terra,
perché la giustizia è immortale.
Gli empi invocano su di sé la morte
con gesti e con parole,
ritenendola amica si consumano per essa
e con essa concludono alleanza,
perché son degni di appartenerle
Nel primo punto della "Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo", firmata a Parigi il 10 dicembre 1948, si sancisce che la dignità è propria dell’essere umano, a prescindere delle condizioni fisiche o psichiche.
In quali casi, dunque, si può affermare che la vita diventa indegna di essere vissuta, mentre la morte assurge ad essere considerata l’unica via d’uscita?
La nostra società è dominata da un individualismo esasperato, che ha portato ad un allargamento incontrollato ed incontrollabile dei diritti, fra questi il diritto a morire secondo il proprio discernimento, perché la vita umana viene intesa come propria e non come dono di Dio.
Quindi, anche all’interno della cultura cattolica, si è aperta una discussione sul concetto della "disponibilità della propria vita". Certo, per un cristiano la vita è atto di somma generosità, infatti leggiamo: “Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici” (Giovanni 15,13). Dunque, ci chiediamo, in questo caso la vita è disponibile?
Si deve allora parlare di conflitto fra sacralità della vita e dignità della vita, fra la convinzione che la vita sia degna di essere vissuta in qualsiasi condizione perché sacra in sé e le remore su certe condizioni di vita “indegne”.
Senza dubbio la convinzione della sacralità della vita è collegata a una visione religiosa della nostra esistenza e,dunque, non è un valore condiviso per tutti, anche per chi non è credente. Si può credere che esista un diritto a morire con “dignità” (cioè senza sofferenze, o abbreviandole), solo se consideriamo valore sommo l’autonomia e l’autodeterminazione del singolo e non se si riconosce la dignità di ogni essere umano, nonostante le sue condizioni.
L’autonomia fisica è stata identificata con la dignità ed è questo che ingenera confusione.
La dignità è una qualità intrinseca della persona, non dipende dalle condizioni fisiche o psichiche del soggetto. Solo se colleghiamo il concetto di dignità con quello individualista ed edonista dell’autonomia della persona si può pensare che viene meno la dignità della vita in mancanza di autonomia fisica, perché la mentalità comune porta a pensare che la qualità della vita dipende dalla capacità di godere in pieno della propria autonomia. Questo modo di interpretare la dignità della vita, come qualcosa di provvisorio, di misurabile e di mutabile che si può perdere con la malattia, non tiene assolutamente conto del carattere sacro attribuito alla vita umana.
Si può affermare con Benedetto XVI che: “In nome della libertà di chi ha potere e voce, si nega il fondamentale diritto alla vita di chi non ha la possibilità di farsi ascoltare” e in queste categorie troviamo i malati e gli embrioni.