Il ministero della consolazione
«Perché io ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere; ero forestiero e mi avete ospitato, nudo e mi avete vestito, malato e mi avete visitato, carcerato e siete venuti a trovarmi. Allora i giusti gli risponderanno: Signore, quando mai ti abbiamo veduto affamato e ti abbiamo dato da mangiare, assetato e ti abbiamo dato da bere? Quando ti abbiamo visto forestiero e ti abbiamo ospitato, o nudo e ti abbiamo vestito? E quando ti abbiamo visto ammalato o in carcere e siamo venuti a visitarti? Rispondendo, il re dirà loro: In verità vi dico: ogni volta che avete fatto queste cose a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me» (Matteo25 v25-40)
Tratto da: "Discorso di SS Giovanni Paolo II alla II Conferenza del Pontificio Consiglio per la Pastorale della Salute"
“Umanizzare la medicina è difendere e promuovere la vita e la sua dignità”
12 novembre 1987
«…La vita è dono di Dio. L’uomo non ne è il Signore, ma l’amministratore responsabile. "E' il Creatore dell'universo che ha plasmato l'uomo e ha provveduto alla generazione di tutti" (2Mc 7, 23). L’uomo, perciò, in tutte le espressioni della sua vita appartiene a Dio al quale deve rispondere (non è forse questa la radice etimologica del termine "responsabile"?) dell’uso da lui fatto del grande dono ricevuto.
Deriva di qui la nobiltà della medicina che, per definizione, è servizio alla vita umana. Come tale, essa comporta un essenziale ed irrinunciabile riferimento all’uomo nella sua integrità spirituale e materiale, nella sua dimensione individuale e sociale: la medicina è a servizio dell’uomo, di tutto l’uomo, di ogni uomo.(…)… voglio esporre alcune considerazioni sul tema centrale, intorno a cui ruota ogni altro problema: quello appunto della umanizzazione della medicina. Con tale tema si va al cuore stesso del diritto-dovere di difendere e promuovere la vita e la sua dignità. Non può aversi infatti autentica promozione della vita umana senza una crescente umanizzazione della medicina, che si colloca oltre il semplice apporto scientifico e tecnico (…)La storia di questi due millenni dell’era nuova è lì a dimostrare quale aiuto possa dare ad una vera umanizzazione della medicina l’aspirazione cristiana: questa, infatti, facendo vedere in ogni uomo un fratello, fonda il servizio alla vita sul comandamento universale dell’amore. Lo aveva ben capito il Dottor Giuseppe Moscati, che ho avuto la gioia di dichiarare santo il 25 ottobre scorso. Egli diceva: "Non la scienza, ma la carità ha trasformato il mondo…". Professore universitario, Primario Ospedaliero e ricercatore, il Dottor Moscati aveva direttamente sperimentato il primato dell’amore nel servizio alla vita.
Il comandamento dell’amore ha le sue radici nella legge naturale della solidarietà umana e attinge vitalità dall’Amore stesso che è Dio. Non solo, ma nell’impegno di promuovere la vita, l’Amore diventa anche punto di incontro costruttivo con coloro che, per misteriose vicende esistenziali, non hanno accolto o compreso il messaggio di Gesù.(…) La medicina, in quanto avvicina l’uomo nel momento cruciale della sofferenza, quando egli avverte acuto il bisogno di salvaguardare la propria salute, deve fare di colui che l’esercita a tutti i livelli, un esperto di grande sensibilità umana. Ciò vale nell’ambito del rapporto individuale, ove umanizzazione significa tra l’altro, apertura a tutto ciò che può predisporre di comprendere l’uomo, la sua interiorità, il suo mondo, la sua psicologia, la sua cultura. Umanizzare questo rapporto comporta insieme un dare e un ricevere, il creare cioè quella comunione che è totale partecipazione. Soltanto così il servizio diventa anche testimonianza ed essendo servizio alla vita si trasforma in incentivo ad amarla, a coglierne il più vero e profondo significato in ogni sua manifestazione.
(…) La Chiesa, che considera la sollecitudine per chi soffre parte integrante della sua missione (Dolentium hominum, 1), e che guarda all’uomo come a "propria via" (Salvifici doloris, 3) è vicina – come ha giustamente rilevato e ribadito il recente Sinodo – ai laici che personalmente o associativamente, si adoperano per una crescente umanizzazione della medicina. Essa, attraverso individui e istituzioni, è direttamente impegnata nel mondo della sofferenza e della salute, con la collaborazione illuminata e generosa di tutti gli Operatori sanitari. Qui emerge infatti una particolare e decisiva sfida del nostro tempo: noi non possiamo assistere inerti al permanere di una situazione in cui intere popolazioni soffrono per mali, che la scienza medica è ormai in grado di affrontare e di sconfiggere.
Umanizzare la medicina è raccogliere questa sfida e adoperarsi generosamente per la edificazione di un mondo nel quale ad ogni essere umano siano assicurati i mezzi necessari per la piena valorizzazione di quel fondamentale talento della vita, che ha in Dio "amante della vita" (Sap 11, 26) la sua origine e il suo ultimo destino».
Imparare ad accogliere la sofferenza,ed anche la morte,sostenendo ed accettando la vita: questa è la sfida di chi si dedica all’assistenza ai sofferenti. La persona malata ha bisogni che sola la scienza e la medicina possono soddisfare, ma ha in egual misura bisogno di senso di appartenenza, comunicazione, ascolto, sicurezza ed in particolare sollievo dal dolore che non ha connotazioni solo fisiche, bensì emozionali e spirituali. Si corre il rischio di considerare l’uomo solo come insieme di organi ed apparati, perdendo di vista l’unicum che ciascuno di noi rappresenta. Ogni uomo è l’unione inscindibile di carne, mente e spirito e come tale deve essere preso in carico da chi lo assiste. La sofferenza è il banco di prova della nostra condizione, ci ricorda la nostra caducità e ci porta improvvisamente a dipendere dagli altri e a provarne frustrazione ed angoscia. E’ compito di chi assiste gli ammalati, siano essi professionisti della salute,familiari o volontari,d fare in modo che non si sentano sminuiti, soli, avviliti, ma sentano l’empatia fra due esseri umani a confronto.
“DONA UN SORRISO E COLORERAI LA VITA DI CHI SOFFRE”, è il motto di don Gianni Mattia, cappellano presso l’ospedale V. Fazzi di Lecce. E’ un giovane sacerdote, che per aiutare i giovani ricoverati nel reparto oncologico a vivere la loro condizione di disagio e sofferenza, ha indossato la divisa da clown col caratteristico naso rosso, che è il segno distintivo suo e dei volontari che con lui operano, e vuole aiutare a scacciare sentimenti negativi, come ansia, tristezza e solitudine. Alla domanda su come fare per entrare in sintonia con chi soffre, ed in particolare con i piccoli, senza essere melensi o retorici, ci ha risposto che bisogna ascoltare il linguaggio non verbale, quello del corpo, quello degli occhi, per conoscere veramente chi ti sta di fronte e per fargli capire che accanto al suo letto è seduto un amico. L’esercitare il ministero della consolazione non ha bisogno di tanti orpelli, di tante parole, ma solo di porsi in atteggiamento di ascolto, di apertura; vanno di pari passo l’impegno della mente e del cuore, perché solo attraverso la conoscenza dell’altro possiamo conoscere Gesù.
Ha scritto Madre Teresa :”chi nel cammino della vita ha acceso anche solo una fiaccola nell’ora buia di qualcuno non è vissuto invano.”
In conclusione le parole di un medico, oggi Santo, che in anni in cui la medicina era molto più arretrata aveva capito il vero segreto della medicina, parlo di San Giuseppe Moscati (1880-1927) in una lettera ad un collega scriveva: “Ricordatevi che vivere è missione, è dovere, è dolore!! Ognuno di noi deve avere il suo posto di combattimento…Ricordatevi che non solo del corpo vi dovete occupare, ma delle anime gementi, che ricorrono a voi. Quanti dolori voi lenirete più facilmente con il consiglio e scendendo nello spirito,anziché con le fredde prescrizioni da inviare al farmacista!Siate in gaudio perché molta sarà la vostra mercede, ma dovrete dare esempio a chi vi circonda della vostra elevazione a Dio!”