A sua immagine, a immagine di Dio lo creò…

 

 

“Il corpo dell'uomo partecipa alla dignità di "immagine di Dio": è corpo umano proprio perché è animato dall'anima spirituale, ed è la persona umana tutta intera ad essere destinata a diventare, nel corpo di Cristo, il tempio dello Spirito”[1].

 

Partendo da questo passo tratto dal "Catechismo della Chiesa Cattolica" e trovandone altri nel corso della nostra riflessione, ci siamo interrogati profondamente sul dilagare della chirurgia estetica e sull’uso smodato che se ne fa, quasi fosse un semplice trattamento estetico e non un’aggressione al nostro organismo e, anche se l’argomento non è strettamente inerente alla sfera bioetica, abbiamo voluto trattarlo poiché ha comunque molti risvolti morali e sociali.

E’ ovvio che la bellezza esteriore incide significativamente nelle relazioni interpersonali e condiziona pesantemente quanti non rientrano in una determinata fascia di gradevolezza estetica; è anche ovvio che in ogni epoca l’uomo ha cercato di migliorare la propria fisicità, anche in base alle mode della propria epoca. La purezza cristiana richiede una purificazione dell'ambiente sociale. Esige dai mezzi di comunicazione sociale un'informazione attenta al rispetto e alla moderazione. La purezza del cuore libera dal diffuso erotismo e tiene lontani dagli spettacoli che favoriscono la curiosità morbosa e l'illusione[2].

La cosiddetta permissività dei costumi si basa su una erronea concezione della libertà umana. La libertà, per costruirsi, ha bisogno di lasciarsi educare preliminarmente dalla legge morale. È necessario chiedere ai responsabili dell'educazione di impartire alla gioventù un insegnamento rispettoso della verità, delle qualità del cuore e della dignità morale e spirituale dell'uomo[3].

Ma oggi tutto questo sembra accentuato anche a causa della grande intensità di messaggi più o meno espliciti dei media, che spingono ad avere come valori primari la “bellezza esteriore” e un aspetto “sempre giovane”. Proprio il proliferare delle possibilità di adeguare artificialmente il proprio aspetto fisico ad un’idea personale di bellezza, impone degli interrogativi sulle implicazioni etiche. Fino a che punto è lecito ricorrere alla chirurgia estetica? Ci sono limiti oltre i quali non è moralmente lecito spingersi?

Se la morale richiama al rispetto della vita corporea, non ne fa tuttavia un valore assoluto. Essa si oppone ad una concezione neo-pagana, che tende a promuovere il culto del corpo, a sacrificargli tutto, a idolatrare la perfezione fisica e il successo sportivo. A motivo della scelta selettiva che tale concezione opera tra i forti e i deboli, essa può portare alla perversione dei rapporti umani[4].

Le suggestioni veicolate dai mass-media, specie nei soggetti più vulnerabili come gli adolescenti, devono indurre il chirurgo e la famiglia che finanzia tali interventi ad agire con ponderazione, ad un ulteriore momento di riflessione.

Ma, ci chiediamo, quali sono, a monte, i motivi che hanno portato il ricco occidente a modificare i  propri valori? Sono in crisi i valori religiosi e familiari, per lasciare posto a nuovi “ideali” quali l’apparire, l’acquisire notorietà e visibilità; venendo a mancare la forza della religiosità sono più forti la paura della morte, della sofferenza, dell’invecchiamento.

"II corpo è per il Signore e il Signore è per il corpo. Dio poi che ha risuscitato il Signore, risusciterà anche noi con la sua potenza. Non sapete che i vostri corpi sono membra di Cristo? [...] Non appartenete a voi stessi. [...] Glorificate dunque Dio nel vostro corpo (1 Cor 6,13-15.19-20).

Cristo promette la resurrezione dei corpi, la chirurgia estetica la conservazione del corpo stesso quasi fosse l’elisir della giovinezza. La crisi dei valori tradizionali ha lasciato spazio alla diffusione dei valori  egoistici ed edonistici, al culto del proprio corpo e dell’apparire; i mass- media hanno contribuito ad accrescere il culto della fisicità e dell’ostentazione di una bellezza omologata e stereotipata. E’ naturale che persone che non hanno ancora trovato un equilibrio interiore, magari giovani o insicuri, cerchino di emulare gli unici modelli proposti dai mezzi di comunicazione.

Esiste non soltanto un pudore dei sentimenti, ma anche del corpo. Insorge, per esempio, contro l'esposizione del corpo umano in funzione dì una curiosità morbosa in certe pubblicità, o contro la sollecitazione di certi mass-media a spingersi troppo in là nella rivelazione di confidenze intime. Il pudore detta un modo di vivere che consente di resistere alle suggestioni della moda e alle pressioni delle ideologie dominanti[5].

Le forme che il pudore assume variano da una cultura all'altra. Dovunque, tuttavia, esso appare come il presentimento di una dignità spirituale propria dell'uomo. Nasce con il risveglio della coscienza del soggetto. Insegnare il pudore ai fanciulli e agli adolescenti è risvegliare in essi il rispetto della persona umana[6].

E’ “di moda” parlare di chirurgia estetica, è di “moda” commentare interventi di chirurgia estetica, è “di moda” sottoporsi a tali interventi. Si banalizza un atto medico come se si parlasse di abbigliamento o di vacanze, si è addirittura arrivati a spettacolarizzare in diretta tali interventi!

Noi crediamo che stare bene col proprio corpo sia il risultato del raggiungimento di un equilibrio interiore, l’accettazione degli altri passa anche per l’accettazione di noi stessi con i nostri pregi e i nostri difetti. Nell'attesa di quel giorno, il corpo e l'anima del credente già partecipano alla dignità di essere "in Cristo"; di qui l'esigenza di rispetto verso il proprio corpo, ma anche verso quello degli altri, parti-colarmente quando soffre: " II corpo è per il Signore e il Signore è per il corpo. Dio poi che ha risuscitato il Signore, risusciterà anche noi con la sua potenza. Non sapete che i vostri corpi sono membra di Cristo? [...] Non appartenete a voi stessi. [...] Glorificate dunque Dio nel vostro corpo[7].

Ci chiediamo se sia anche moralmente accettabile sottoporsi a pratiche rischiose per la  vita, che noi cattolici reputiamo un dono di  Dio, da custodire gelosamente. Chi si sottopone a questi interventi invasivi e dolorosi ha mai pensato alle migliaia di persone che per gravi malattie devono sottoporsi a cure ed interventi devastanti, a prezzo di grandi sofferenze fisiche e morali? E’ questo l’interrogativo che l’umanità deve porsi, specie se si è liberamente scelto di seguire Cristo e di privilegiare l’essere a scapito dell’apparire; può sembrare controcorrente e un po’ retrò, ma è l’unica via per renderci realmente liberi dagli orpelli che la società del consumismo ci costringe ad accettare.

 

Il 17 settembre è stata approvata dalla camera dei deputati la legge sulle cure palliative e sulla terapia del dolore. La legge prevede la costituzione di una rete di assistenza e vicinanza alle persone sofferenti proprio in fase terminale e nelle gravi disabilità , con l’apertura di centri che si occupino direttamente dei malati e stiano vicini alle loro famiglie, e con un capitolo particolare tutto dedicato ai bambini ammalati. Inoltre verrà di molto semplificata la prescrizione di medicinali che allevino le sofferenze con l’utilizzo di un'unica ricetta e per i quali fino ad ora bisognava seguire iter lunghissimi.
Era doveroso sottolineare una notizia positiva e importante che ha avuto poco risalto attraverso i media, ma che ha una grande importanza per tutte quelle famiglie che vivono accanto a persone da tempo ammalate e sofferenti.
 
Per concludere una riflessione: non può essere questo un buon antidoto all’eutanasia? Il dolore e la sofferenza hanno un peso minore se condivisi con persone competenti e preparate, che sanno parlare la stessa lingua dell’ammalato.
 
 
  

 


 

[1] Catechismo della Chiesa Cattolica, parte I, sezione II, cap 1, art. 1, “Io credo in Dio padre onnipotente creatore del cielo e

della terra”, paragr. 6, 364.

[2] Ivi, parte III, sezione II, cap. 2, art. 9, "Il nono comandamento", 2525.

[3] Ivi, 2526.

[4] Ivi, art. 5, "Il quinto comandamento", 2289.

[5] Ivi, art. 9 “Il nono comandamento”, 2523.

[6] Ivi, 2524.

[7] Ivi, parte I, sezione II, cap. 3, art. 11 “Credo la Risurrezione della carne”, 1004.