SÍ alla vita E con
dignità
«“Nascere e “morire” sono due momenti decisivi della nostra esistenza, su cui si concentrano moltissimi interrogativi. Tanto più che la scienza contemporanea, con le sue applicazioni quasi prodigiose, non semplifica, ma complica i problemi, anche perché permette di prendere in considerazione casi che prima venivano semplicemente abbandonati a se stessi. Per orientarsi in tutta questa problematica complessa è molto utile far riferimento, accanto al semplice concetto di vita fisica, anche a quello della dignità della vita. Esso è sostanzialmente, per un cristiano, il fatto che la vita fisica temporale è indirizzata all’eternità della vita divina. Non è quindi questione di alcune condizioni esterne, ma di qualcosa che inerisce al profondo della persona. Per questo ci pare molto opportuno che si considerino i passi biblici relativi ai momenti estremi dell’esistenza di Gesù. E considerando a questi momenti di “eccesso” o di “eccedenza” del destino di Gesù (pensando sia all’Incarnazione come alla morte di Gesù in croce) è possibile cogliere la folgorante grandezza della dignità dell’uomo che rispecchia quella di Cristo».
(Dal messaggio inviato in data 28/11/09 dal cardinale Carlo Maria Martini al convegno dei medici cattolici di Milano su “La dignità umana nel nascere e nel morire” ).
Accanimento terapeutico e eutanasia, due argomenti che negli ultimi mesi hanno interrogato e scosso le nostre coscienze, e che continueranno a farlo perché purtroppo molto spesso ci capita di viverli sulla nostra pelle.
Per la Chiesa cattolica il paziente può rinunciare all'accanimento terapeutico, che va distinto dall'eutanasia passiva, la quale al contrario non è mai ammessa. L'eutanasia, per la dottrina cattolica, consiste infatti nel porre in atto un'azione oppure un'omissione che, da sé o intenzionalmente, provoca la morte allo scopo di porre fine al dolore; è pertanto una grave violazione della Legge di Dio. Diversamente, se le terapie sono straordinarie o sproporzionate rispetto ai risultati attesi, e dunque l'esito previsto non è la guarigione, bensì un prolungamento penoso della vita, non c'è colpa od omissione ed è legittimo sospendere le cure, poiché si ha solo la rinuncia all'accanimento terapeutico. In quest'ottica è anche lecito l'uso di analgesici e sedativi per il controllo del dolore, anche se ciò dovesse comportare − come effetto secondario e non desiderato − l'accorciamento della vita del paziente. Le cure che d'ordinario sono dovute ad una persona ammalata, invece, non possono essere legittimamente interrotte, anche se la morte è imminente; per questa ragione, se la morte dovesse, ad esempio, conseguire alla sospensione di idratazione e nutrizione o dell’uso dei macchinari per la respirazione forzata, si configurerebbe un'eutanasia per omissione. “L'interruzione di procedure mediche onerose, pericolose, straordinarie o sproporzionate rispetto ai risultati attesi può essere legittima. In tal caso si ha la rinuncia all'«accanimento terapeutico». Non si vuole così procurare la morte: si accetta di non poterla impedire. Le decisioni devono essere prese dal paziente, se ne ha la competenza e la capacità, o, altrimenti, da coloro che ne hanno legalmente il diritto, rispettando sempre la ragionevole volontà e gli interessi legittimi del paziente” (1).
E’ proprio nell’ottica che la dignità umana rispecchia quella di Dio che bisogna rigettare l’accanimento terapeutico inteso come una vana pratica, che non ha come fine quello di migliorare la vita della persona sofferente, ma solo di prolungarne inutilmente la vita, causandole anzi inutili sofferenze. Badiamo bene che la nutrizione e l’idratazione artificiale non rientrano fra le pratiche che possono definirsi come accanimento terapeutico, perché cure ordinarie dovute ad una persona ammalata. È infatti uso definire le persone che hanno bisogno di macchinari o di un continuo aiuto dall’esterno come "persone in stato vegetativo", ma non è sempre così, molto spesso anche coloro che sono in questo stato continuano ad interagire con l’esterno, grazie a macchinari che permettono di scrivere i loro pensieri. Un esempio lampante è Stefano Borgonovo, calciatore, che nel 2005 è stato colpito dalla SLA, e che oggi parla ai suoi cari e alla gente tramite eye tracker, l’apparecchio che rileva i movimenti della pupilla. In un'intervista rilasciata a Dribbling, programma sportivo della Rai (2), si riesce a capire quanta vita ci può essere anche in un corpo che apparentemente non ne ha! Allora è giusto dire che “vegetano”, è giusto non dare loro la possibilità di poter godere di quel soffio di vita che ancora vive in loro? Guardandoli, molto spesso, viene da pensare: "non siamo forse noi i vegetali"??
“Anche se la morte è considerata imminente, le cure che d'ordinario sono dovute ad una persona ammalata non possono essere legittimamente interrotte. L'uso di analgesici per alleviare le sofferenze del moribondo, anche con il rischio di abbreviare i suoi giorni, può essere moralmente conforme alla dignità umana, se la morte non è voluta né come fine né come mezzo, ma è soltanto prevista e tollerata come inevitabile. Le cure palliative costituiscono una forma privilegiata della carità disinteressata. A questo titolo devono essere incoraggiate” (3).
È rilevante notare che, parlando di accanimento terapeutico e cure palliative, ha grande importanza sottolineare la posizione dei medici che si trovano a stretto contatto con gli ammalati e soprattutto ad ascoltare le loro paure e le loro volontà; è bene citare alcuni articoli che si trovano nel codice deontologico dei medici, in primis riportiamo l’articolo 3 “Doveri del medico”: "Dovere del medico è la tutela della vita, della salute fisica e psichica dell'uomo e il sollievo dalla sofferenza nel rispetto della libertà e della dignità della persona umana, senza distinzioni di età, di sesso, di etnia, di religione, di nazionalità, di condizione sociale, di ideologia, in tempo di pace e in tempo di guerra, quali che siano le condizioni istituzionali o sociali nelle quali opera. La salute è intesa nell'accezione più ampia del termine, come condizione cioè di benessere fisico e psichico della persona”.
In quest’ottica il codice di deontologia medica prevede all’articolo 16 “Accanimento diagnostico-terapeutico”: “Il medico, anche tenendo conto delle volontà del paziente laddove espresse, deve astenersi dall’ostinazione in trattamenti diagnostici e terapeutici da cui non si possa fondatamente attendere un beneficio per la salute del malato e/o un miglioramento della qualità della vita”. E all’articolo 17 “Eutanasia”: “Il medico, anche su richiesta del malato, non deve effettuare né favorire trattamenti finalizzati a provocarne la morte” (4).
Il voler a tutti i costi lottare contro la morte è insensato e irrispettoso dell’ordine naturale delle cose. Se ci fermiamo a considerare la nostra mera esistenza biologica, ci accorgiamo che non è poi tanto lontana da quella del cagnolino di casa, teso solo al soddisfacimento dei bisogni primari, senza alcuna coscienza di ciò che gli accade intorno. La grande differenza fra il mammifero uomo e le altre classi animali sta proprio nella tensione morale che ci contraddistingue e ci fa tendere all’Infinito. Il nostro Infinito non è la prosecuzione della sola vita biologica ma è Dio, l’unico in cui ci si può perdere e nello stesso ritrovarsi.
Nell’ enciclica "Evangelium Vitae" di Giovanni Paolo II leggiamo:
“Dall’eutanasia va distinta la decisione di rinunciare all’accanimento terapeutico, ossia a interventi medici ormai sproporzionati ai risultati che si potrebbero sperare o troppo gravosi per l’ammalato. In queste situazioni, quando la morte si preannuncia imminente e inevitabile, si può in coscienza rinunciare a trattamenti che procurerebbero solo un prolungamento precario e penoso della vita, senza tuttavia interrompere le cure normali dovute all’ammalato in simili casi” (5).
Lo stesso papa Karol Wojtyla negli ultimi giorni di vita chiese: “Se mi portate al Gemelli avete modo di guarirmi?” La risposta fu no. Allora disse: “Resto qui, mi affido a Dio”.
È proprio nell’affidarsi semplicemente nelle mani misericordiose di Dio che troviamo il succo della nostra fede, a niente vale la nostra vita terrena se non siamo proiettati verso la vera vita, a niente serve arrabattarsi e penare se perdiamo di vista che il fine ultimo, che dà un senso a tutto ciò che avviene, è solo Lui.
A questo proposito, anche se non strettamente pertinente al tema che stiamo trattando, vogliamo citare la notizia che nel Wisconsin esiste l’Immortality Institute, una fondazione che si occupa di rimandare l’appuntamento con la morte. Questa fondazione, nata nel 2002, conta diecimila iscritti, che si tengono in contatto via web e testano su se stessi ogni mix di medicine, ed ognuno porta sempre con sé una placchetta di acciaio (simile a quella di riconoscimento dei soldati), che si occupa di chiamare immediatamente un certo numero in caso di morte, di non procedere ad autopsia e suggerisce altri accorgimenti per salvaguardare il cadavere! Queste persone hanno stipulato un contratto con una delle tre aziende che ibernano i morti, nella speranza che un giorno gli organi difettosi possano essere aggiustati facendo ripartire la “macchina”. Costoro giocano a fare Dio, non paghi di cercare di allungare la loro vita con mezzi “normali”, vogliono estenderla per sempre. Abbiamo trovato raccapricciante il voler disporre dell’esistenza terrena secondo i nostri disegni, è giusto e doveroso curare il nostro corpo che non è altro che il tempio dove il nostro spirito incontra Dio, ma chiediamoci: cosa significherebbe il nostro passaggio sulla terra senza quella tensione spirituale che ci rende più vicini a Colui che ci ha creato? Che significato fine a se stesso può avere quell’insieme di ossa, muscoli, sangue che costituisce il nostro corpo? E’ un ammasso di cellule assemblato in modo mirabile dal Creatore, che ha significato e dignità solo se visto nell’ottica di un grande dono.
Facciamo fatica a capire come sia possibile pensare che la morte sia un "optional" cui si può rinunciare, svilendo in questo modo il senso stesso della nostra esistenza terrena. Chi di noi non vorrebbe riavere con sé i propri cari che sono morti? E’ ovvio ed umano temere il dolore, la morte, il disfacimento dei corpi, ma ci sorregge e ci consola che le persone amate e noi stessi continueremo a vivere di una vita diversa e più bella, certo inspiegabile, ma senz’altro più piena ed appagante di quella che conduciamo sulla terra. Crediamo che il voler vivere a tutti i costi e nonostante tutto sia solo segno di un grande disagio, del male di vivere, che paradossalmente ricerca la vita a tutti i costi, proprio perché la si percepisce incompiuta e non si riesce ad accettare la nostra “sorella morte” .
(1) "Catechismo della chiesa cattolica", parte I, sezione II, capitolo I, articolo 5: “Il quinto comandamento” paragrafo 1, 2278
(2) Per l’intervista completa: http://www.raisport.rai.it/dl/RaiTV/programmi/media/ContentItem-85b885d4-3a6b-4095-b514-678f14367f94-raisport.html?p=0;
(3) Ivi, paragrafo 1, 2279;
(4) Testo integrale del “Codice di deontologia medica” http://portale.fnomceo.it/Jcmsfnomceo/cmsfile/attach_3819.pdf;
(5) Per il testo integrale dell’enciclica “Evangelium vitae” http://www.vatican.va/holy_father/john_paul_ii/encyclicals/documents/hf_jp-ii_enc_25031995_evangelium-vitae_it.html.