"Meriggiare pallido e assorto"

di E. Montale

 A cura di Paola

 

Meriggiare pallido e assorto
presso un rovente muro d'orto,
ascoltare tra i pruni e gli sterpi
schiocchi di merli, frusci di serpi.
  
Nelle crepe del suolo o su la veccia
spiar le file di rosse formiche
ch'ora si rompono ed ora s'intrecciano
a sommo di minuscole biche.
 
 
Osservare tra frondi il palpitare
lontano di scaglie di mare
mentre si levano tremuli scricchi
di cicale dai calvi picchi.
 
 
E andando nel sole che abbaglia
sentire con triste meraviglia
com'è tutta la vita e il suo travaglio
in questo seguitare una muraglia
che ha in cima cocci aguzzi di bottiglia.

Vi siete mai trovati a passeggiare d'estate lungo un muro di pietra, arroventato dalla canicola del meriggio? Lungo un orticello in campagna, o lungo il perimetro di una villa proiettata sul mare e nascosta dal verde, come spesso se ne vedono in costiera amalfitana?  Io sì, e ogni volta che ci ripenso mi torna in mente questa poesia di Montale, forse troppo bistrattata dall'uso che se ne fa nelle scuole, forse letta troppo di fretta, con la consapevolezza superficiale che "tanto già la conosco..." .
Il meriggio è forse l'ora più favorevole tra tutte alla meditazione, spinge alla solitudine, alla riflessione, ancora di più se attorno si ha la natura semiaddormentata dalla calura estiva, immobile e densa di vita silenziosa. Il poeta non fa altro che focalizzare il suo occhio sugli aspetti più semplici e piccoli della terra, come le formiche , i rumori, i fruscii... Infine quelle "scaglie di mare" che si scorgono in lontananza, tra le fronde degli alberi, illuminate del sole, sfavillanti, palpitanti di un moto calmo e perpetuo.
Ma tra tutta la vita della natura spicca quella dell'uomo, colto improvvisamente da una "triste meraviglia", perchè la vita è dolore, travaglio infinito, e quella muraglia alla quale egli è appoggiato altro non è che il limite che lo separa dalla verità, dal trovare un senso a questo vagare senza meta, a questo dolore senza fine, tuttavia ancora una volta l'uomo è escluso dalla felicità, perchè quel muricciolo è invalicabile: sulla sua sommità ci sono infatti "cocci aguzzi di bottiglia" che feriscono chiunque osi tentare di scavalcarlo. E' la condizione umana che per sua natura è limitata, dolente. Montale ne ha semplicemente interpretato il senso profondo e le aspirazioni.