Lungo i fiumi laggiù in Babilonia,
sulle rive sedemmo in pianto
al ricordo struggente di Sion;
sopra i salici, là in quella terra,
appendemmo le cetre armoniose (tratto dal salmo 137)

 

ALLE FRONDE DEI SALICI

E come potevano noi cantare
Con il piede straniero sopra il cuore,
fra i morti abbandonati nelle piazze
sull’erba dura di ghiaccio, al lamento
d’agnello dei fanciulli, all’urlo nero
della madre che andava incontro al figlio
crocifisso sul palo del telegrafo?
Alle fronde dei salici, per voto,
anche le nostre cetre erano appese,
oscillavano lievi al triste vento.

                                                                                                                       S. Quasimodo

 

 

Celeberrima. Tratta dal salmo 137, e, come questo, è un canto di dolore per l’umanità straziata, calpestata, martoriata.

È la guerra, che non risparmia nulla, e per descriverla anche il poeta non deve risparmiare nulla. Con gli occhi induriti dalla violenza riprende come fosse una sequenza in bianco e nero tutto quello che vede: grida, sangue, morti,disperazione, freddo. Frantumi di una vita finita.

Il freddo che una guerra si trascina dietro resta attaccato al cuore, non si può dimenticare. L’erba perfino se ne è impregnata… la terra si rifiuta di produrre frutti, di accogliere il calore.

Intense le immagini cristologiche di cui è ricamata la lirica: i fanciulli si lamentano come agnelli e la madre che corre incontro al figlio crocifisso sul palo del telegrafo è una novella pietà che però nulla ha a che fare con quella michelangiolesca, così composta nel suo dolore, così misurata e idealizzata: qui c’è la materia stessa della vita: la carne, il fiato, il sangue e la vita che scorre via come acqua, sotto i nostri occhi. C’è la faccia più sporca e misera dell’umanità.

I crimini che i nazisti hanno compiuto sono qui da Quasimodo condensati un immagini fortissime e delicate… una domanda posta all’uomo con un soffio di alito, sottovoce.

Come nel bel mezzo di una pacata discussione tra due amici che si ritrovano dopo aver vissuto gli orrori della guerra, Quasimodo chiede come poteva essere possibile ai poeti “cantare” mentre accadeva tutto ciò? Il canto lirico è la poesia, è il canto dell’anima. La guerra è il contrario della poesia.

Anche i poeti , per voto, avevano appeso le loro cetre ai salici.

Bellissimo il verso finale. È come se vedessimo oscillare quelle cetre, appese come i sogni, l’amore, la vita dei poeti.